Se vi fosse un premio annuale per il peggior gusto nelle arti sceniche, questo andrebbe dato senza esitazione alla produzione del nuovissimo spot pubblicitario della Conad, lanciato il 20 dicembre scorso e ancora mal digerito dalla maggior parte dei fruitori del video. Ci si potrebbe chiedere il perché di tanta durezza nel giudizio, ma basterebbe guardarlo per avere una risposta immediata. Esiste però nel nostro amato Paese una categoria di (pseudo)intellettuali che riesce a superare, in assurdità, persino la pubblicità incriminata.

Uno spot nel quale, sostanzialmente, vediamo un giovane italiano in totale balia del precariato essere felice per aver ricevuto la proposta di un lavoro in un periodo culturalmente sacro per tutti, il giorno di Natale, ed una donna che incarna maldestramente gli stereotipi della “mamma del Sud” che cerca di poggiare un caciocavallo (!) su una camicia chiara in una valigia. Indovinate un po’, per certi benpensanti, qual è il problema della scena ricreata, il punto su cui armare una reazione ferma e per il quale boicottare un’azienda? Ma il sessismo, ovvio! E poi l’antieuropeismo, è chiaro.

Certo, perché mandare il messaggio che essere trattati non da persone ma da oggetti ad uso e consumo della produttività più becera (ricordiamo: nello spot è Natale) è invece cosa buona e giusta, secondo i dogmi dell’Europa competitiva e liberista. Lasciare affetti, amicizie e rapporti umani in un periodo che, non a caso, risulta essere il più drammatico e con il più alto tasso di suicidi per le persone sole è invece un gesto di civiltà, vero?

Tornando poi al sessismo (vera psicosi del nostro secolo) e ammettendo pure che, in effetti, la farsesca scena di piazzare insieme formaggi e camicie possa risultare irritante a chi davvero ha vissuto e vive il fastidio – per non dire, in alcuni casi, il dramma – di studiare e lavorare lontano da casa, se c’è una cosa che di questa orribile scenetta può salvarsi, quella è proprio la premura della madre verso il figlio; la famiglia resta, infatti, autentico precetto da difendere per difendere un modello culturale che, oltretutto, ha prodotto quella ricchezza economica di cui ancora oggi ne godiamo la rendita.

Se dunque è fuor di dubbio la pessima riuscita dello spot, resta anche la certezza che una precisa parte di italiani riesce sempre e comunque ad indignarsi per le cose inutili, inesistenti o, peggio, persino degne di lode. In conclusione, tali (pseudo)intellettuali non ne indovinano una neanche quando gliela si serve su un piatto d’argento.