Dopo le pubblicazioni del New York Times e del Guardian, che non hanno perso tempo a descrivere come Facebook fatichi a tenere sotto controllo la mole enorme dei nostri dati, non è difficile trovare blog o banalissime pagine web, nate alla velocità della luce, che spiegano e mostrano in dettaglio come limitare la visibilità dei dati personali su Facebook o persino come eliminare il proprio account.

Alcuni web master o blogger, come capita spesso in seguito ad uno scoop, hanno pensato bene di creare queste pagine web, i cui contenuti sembrano essere il risultato di una serie di copia e incolla tra un sito e l’altro, contenuti privi di originalità e di vera informazione, contribuendo ad alimentare inutili notizie che circolano sul web. Il fine spesso è quello di monetizzare attraverso i click degli utenti sui banner pubblicitari ( famosi PayPerClick), che guarda caso mostrano sempre i prodotti più affini alle richieste degli internauti.

Banner, il cui contenuto pubblicitario è scelto ed elaborato attraverso algoritmi, sempre più intelligenti, spesso basati sulla sentiment analysis, algoritmi che utilizzano dati inseriti consapevolmente o inconsapevolmente dagli utenti nelle più comuni piattaforme web, proprio come lo stesso Facebook, Amazon, Google, Instagram e così via. Una foto, un commento, un mi piace ad una pagina, qualche apprezzamento, il tono con cui si scrive, i segni di punteggiatura, persino aggettivi ed emoticons consentono di determinare l’intensità e l’emotività con cui viene espressa un’opinione, così da permettere al nostro profilo virtuale di essere categorizzato, etichettato, associato a situazioni, oggetti, eventi che potenzialmente potrebbero attirare, o perché no anche respingere la nostra attenzione.

E così, quasi per magia, troviamo tra le pubblicità i prodotti che potrebbero fare a caso nostro.  L’utente medio, preso dalla frenesia di utilizzare i social per osservare, mettersi in posa e criticare, raramente si sofferma a leggere le condizioni di servizio e privacy, ritrovandosi così a dare un consenso in maniera quasi automatica.

L’ utente non pensaL’ utente medio, scarica le app dallo store, e raramente si chiede lo scopo per cui un’app, anche quella che necessita di meno dati personali per funzionare, richieda il consenso per poter accedere ai contatti della rubrica. L’ utente va veloce. La tecnologia velocizza le operazioni, e l’uomo pensa di velocizzare quelle poche operazioni in cui può interagire. Ma mentre per un software velocità significa svolgere tutte le operazioni per cui è stato progettato in un lasso di tempo minore, invece la velocità dell’ uomo spesso si traduce in omissione, superficialità, nonché stupidità.

Dunque non meravigliamoci se alcune informazioni vengono utilizzate per creare pubblicità mirate, perché siamo stati noi, per primi, probabilmente a darne il consenso.

Situazione ben diversa se un’applicazione, autorizzata ad accedere ai dati personali di Facebook, dati sempre trattati secondo il consenso degli utenti, decide di cedere queste informazioni a Cambridge Analytica violando i termini d’uso di Facebook. Il social network, infatti, vieta ai proprietari di app di condividere con società terze i dati degli utenti.

Ma questa è tutta un’ altra storia, come è un’altra storia anche il sospetto secondo il quale i dati di 50 milioni di profili siano stati utilizzati per facilitare la Russia nel fare propaganda contro Hillary Clinton e a favore di Trump. Come è un’ altra storia il fatto secondo il quale Facebook fosse a conoscenza di questa violazione e si sia mobilitata solo in seguito alle pubblicazioni delle due testate giornaliste. Insomma la questione è molto intrecciata e poco chiara.

Più chiaro è il comportamento dell’utente. Un utente sempre più pigro, che si adatta a ciò che gli viene richiesto, che ha perso la curiosità nella lettura e preferisce soffermarsi su poche righe e su opinioni riciclate, un utente che non ha consapevolezza del valore inestimabile dei suoi dati personali, dati barattati per poter accedere ad un servizio apparentemente gratuito.