«Finalmente sono tornato una persona normale». A sorridere alla telecamera è un abitante di Rongcheng, cittadina cinese, che in un reportage della statunitense Vice News spiega che il suo punteggio è risalito tanto da poter di nuovo prendere il treno. Il suo rating infatti – parola a cui gli europei sono abituati grazie alle celebri agenzie, preposte al giudizio sulla stabilità economica e finanziaria delle nazioni – è passato da B ad A. L’anonimo cittadino sta parlando di un nuovo sistema di “Credito Sociale”, una sperimentazione nata all’aeroporto di Shenzen nel Gennaio del 2019 dove ai passeggeri che fanno parte del programma viene consegnata una “Carta della Reputazione”: più alto è il punteggio, più si ha accesso ad un canale preferenziale di controlli, mentre avviene l’inverso con un punteggio basso. A questo proposito è stata stabilita una lista apposita di azioni virtuose e non, come litigare in aereo o indicare un bagaglio incustodito alla sicurezza, che possono modificare in meglio o in peggio il punteggio.

L’esperimento fa parte di un programma del governo cinese che, dal 2020, dovrebbe essere esteso a tutti gli abitanti della Repubblica Popolare Cinese, e non più ristretto al solo sistema aeroportuale. A Rongcheng l’esperimento è iniziato l’anno scorso: si parte da mille punti che possono calare con l’assunzione di cattivi comportamenti civici, come il gettare l’immondizia nel posto sbagliato. Perdendo punti si perde anche l’accesso ai biglietti aerei o all’alta velocità, agli hotel di lusso, alla connessione Internet e perfino alle scuole migliori, a loro volta valutate con un rating più alto. Accrescendo il proprio punteggio, invece, si possono ottenere trattamenti di favore sulle tasse, sui prestiti bancari, sul noleggio di auto e l’assegnazioni di alloggi. Per guadagnare punti si possono svolgere lavori socialmente utili come donare il sangue e fare beneficenza, insomma: occorre comportarsi da bravi cittadini. Il ranking degli abitanti al momento è già online e a guidare il progetto sono corporation digitali come Tencet Holding, Baidu e il colosso mondiale Alibaba, che  detengono il monopolio – o quasi – del bene più prezioso dell’era contemporanea, ossia i dati e gli algoritmi che consentono di utilizzarli al meglio.

L’esperimento cinese non è altro che l’anticipazione di come i moderni medium tecnologici potrebbero essere utilizzati per finalità politiche. Qui siamo oltre la celebre “dittatura dei test” – già menzionata da Mark Fisher nel suo “Realismo Capitalista”, dove il capitalismo contemporaneo assoggetta la realtà ai propri criteri interpretativi; quell’interpretazione poteva andar bene per i primi anni del 2000, ma oggi siamo ufficialmente entrati in una nuova era, quella virtuale.

Parafrasando Hegel, potremmo dire che ormai  “Tutto ciò che è virtuale è reale”: dai social media, alle agenzie di rating, fino ai parametri dell’Unione Europea, subiamo già quotidianamente la dittatura del virtuale sul reale, e tutti i tic contemporanei come il politicamente corretto sono i sintomi del massimo apogeo di un’epoca che ha di fatto soppiantato la precedente, nella quale il medium di riferimento non era Internet, bensì la televisione. Il caso cinese mostra come l’unione fra una certa cultura pregressa e il medium Internet – sotto il controllo delle solite compagnie digitali – possano fondersi in un nuovo modello di società, nel quale non tanto la democrazia degli stati nazionali – in crisi già da cinquant’anni – ma l’azione di dissenso è contemplata come un atto obsoleto, punito nel silenzio con un’automatica esclusione sociale.

La nostra è un’epoca transitoria che – iniziamo ad abituarci all’idea – potrebbe  concludersi con l’arrivo su larga scala dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Benvenuti nel futuro.