Con la circolare Miur n.3050 del 4 ottobre 2018 vengono fornite le nuove linee guida per l’esame di maturità. Tra le innovazioni più evidenti senza dubbio vi sono quelle riguardanti la prima prova, stilate da una commissione nominata dall’ex ministro Valeria Fedeli, con a capo il linguista Luca Serianni: due saranno le tracce di analisi del testo (tipologia A), tre di analisi e produzione di un testo argomentativo (tipologia B) e due su tematiche di attualità (tipologia C). La scuola italiana dice così addio alla traccia di storia; l’ambito storico viene relegato tra i possibili della tipologia B. Questa è la novità su cui si è maggiormente incentrato il dibattito pubblico. Una scelta immotivata che «sembra seguire un percorso di marginalizzazione della storia nel curriculum scolastico, già iniziato con la diminuzione delle ore di insegnamento negli istituti professionali» come sostengono l’AIPH, il Coordinamento delle Società storiche, l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e la Giunta Centrale per gli studi storici.

Ed è proprio la marginalizzazione della storia ad essere il fulcro del problema: la traccia di ambito storico è stata tra le più disdegnate in sede d’esame. Pochissimi sono stati i maturandi che si sono cimentati nella stesura di un tema storico. Il più delle volte, infatti, le tracce vertevano su argomenti e temi toccati limitatamente o non trattati affatto nel programma scolastico; spesso erano tematiche risalenti alla seconda metà del Novecento, la grande esclusa nei programmi affrontati durante il quinto anno, che arrivano boccheggiando al 1945. Per questo gli studenti, privi di adeguati strumenti e conoscenze per affrontare la prova al meglio, l’hanno sempre accantonata. Dunque non è la presenza o meno della traccia di ambito storico in sede di maturità il vero problema: il vero problema da risolvere riguarda il modo in cui lo studio della disciplina viene affrontato e un’auspicabile, ragionata ed equa suddivisione del programma di storia nei cinque anni di scuola superiore, che consenta ai docenti di trattare in maniera degna e approfondita tutta la storia del Novecento.

È inaccettabile che si continui a relegare la storia in un angolo e a trattarla come uno sterile elenco di eventi da memorizzare: c’è bisogno di dare nuovo vigore a questa disciplina, indispensabile per fornire ad ogni cittadino i fondamentali strumenti critici per l’analisi del mondo attuale, che dovrebbe essere l’obiettivo centrale di una Scuola veramente democratica. E per centrare quest’obiettivo, bisogna invertire totalmente la rotta e riformare completamente il pensiero che ha portato alla progressiva banalizzazione e contrazione dei programmi scolastici (purtroppo non solo quello di storia!), tenendo a mente le parole di Costanzo Preve: «In classe si impara sempre e soltanto una disciplina, il suo metodo ed il suo contenuto. Questo è il contrario del cosiddetto classismo, ma è anzi la premessa di una concezione veramente democratica, in cui si insegnano al giovane cittadino strumenti validi, e non girotondi, salterelli ed altre cretinate sociologiche». Di questo si deve discutere, non della presenza o meno del tema di storia in sede di maturità: non sarà certo una traccia storica all’esame a salvare la Storia. Tuttavia finora il tema storico è stato uno degli indici più espliciti del malessere della scuola italiana. Eliminarlo, quindi, non è un errore, è piuttosto un maldestro, vano e meschino tentativo di celare l’imminente decesso della scuola democratica, ormai da tempo agonizzante.