Ci sono voluti 38 anni affinché le famiglie delle vittime di Cesare Battisti tornassero a credere in un riscatto della giustizia, e che questo Stato provasse a riprendersi una parte della sua integrità dilaniata dal terrorismo degli anni di piombo. Un terrorista è stato assicurato (si spera) al sistema giudiziario, e ora sarà il caso che inizi a scontare il primo dei suoi ergastoli, tutti meritati, senza sconti. Eppure, ancora una volta, il Paese non riesce a restare unito neanche su questioni di rilevanza nazionale, presumibilmente trasversali rispetto al dibattito politico, cicatrice in via di rimarginazione della storia univoca e recente dell’Italia. La levata di scudi di una certa intellighenzia dissente dal giudizio di condanna espresso dalle istituzioni, soddisfatte per la cattura di un criminale. E i motivi sono molteplici, perché magari potrebbe anche sembrare brutto, antigiuridico, prendere le parti di un assassino.

E allora si intavola un dibattito sulle carceri, sul senso di umanità, sulla moralità dell’ergastolo. Perché la cecità dell’astio e della sete di vendetta sono argomenti brutali, che non si addicono al perbenismo dei tempi moderni. E dunque liberiamo Battisti, perché è un intellettuale, perché l’ergastolo non è umano, perché noi dobbiamo esserlo, e non dobbiamo imbestialirci in orge di sangue e violenza.  Se proprio non vogliamo essere contro lo Stato di diritto come alcuni, possiamo però girare la frittata, e prendercela con la propaganda di Salvini, perché non è politicamente sostenibile propagandare l’arresto di Battisti, serve solo per rimpinguare i voti, mentendo al popolo. Come sono diversi i tempi, rispetto a quando si esultava per l’impiccagione di Saddam Hussein, o l’uccisione di Gheddafi. Loro sì che erano terroristi di prim’ordine! Oggi Battisti è declassato a terrorista di serie B, avvolto da clamore mediatico pompato, che sarà mai, per qualche pallottola o un po’ di tritolo, non è arrivato neanche a contare le vittime con due mani.

E allora viene richiamato all’appello anche Zorzi, che vive e lavora in Giappone da anni, e ha ottenuto il passaporto nipponico, senza che neanche una condanna penda in capo all’illustre indagato per le stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Non perché non si possa reclamare giustizia, anzi, sono anni che questo Paese brama giustizia, per tutte le anime che il terrorismo si è portato via. Però vedere tutta quella crema di intellettuali urlare allo scandalo: “E allora Zorzi?” “E Salvini che fa?”. Una sinistra che non si dà pace, alle prese con lo spettro di uno Stato, nei loro perversi incubi, ancora segretamente fascista. Poi si dimenticano, però, dei 30 brigatisti che la dottrina Mitterand protegge all’ombra della Tour Eiffel. O che si godono il sole del Sud America, senza che nessuno li chiami mai in causa, protetti nelle falle del diritto internazionale, e dalla retorica intellettualoide che li salva dal macello mediatico e giudiziario che meriterebbero.

Il rientro di Battisti non è altro che un simbolo, forse, davvero, di un Paese disunito anche nel salvarsi dalla propria buia storia, un agnello sacrificale sull’altare della cupidigia intellettuale. Attendiamo, speranzosi, di riscattare tutte le vittime del terrorismo italiano, sperando di mettere a tacere tutti quei beneamati moralisti che giudicano la nostra necessità di giustizia.