Di fronte alle clausole capestro del trattato di “pace” che le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale imposero all’Italia sconfitta, il filosofo Benedetto Croce così si espresse: “Non si può costringere il popolo italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come brutta, e questo con l’intento di umiliarlo e di togliergli il rispetto di sé stesso, che è indispensabile a un popolo come a un individuo e che solo lo preserva dall’abiezione e dalla corruzione”.

In quei tristi mesi del 1947, anche il campione dell’antifascismo liberale si rendeva conto a cosa stava andando incontro l’Italia. Una ricorrenza, appena trascorsa, ci rammenta proprio questo: ventuno anni fa, un aereo della marina americana, decollato da Aviano e impegnato in un volo di addestramento, tranciava di netto le funi della cabinovia del Cermis, causando la morte di venti persone innocenti. I quattro uomini dell’equipaggio statunitense, secondo gli articoli della Convenzione di Londra del 1951 (l’ennesima rata di quell’inestinguibile cambiale di cui sopra), avendo commesso il fatto durante il servizio non poterono essere giudicati secondo le leggi italiane. Rimpatriati in tutta fretta, furono giudicati da un tribunale militare americano, che volle sottolineare il più possibile il nostro status di colonia.

Dei quattro, solo i due piloti vennero condannati. Pochi mesi di carcere militare e la radiazione dal corpo dei marines fu la pena che gli Stati Uniti vollero infliggere ai suoi spericolati cowboy. Il reato di strage non fu neanche preso in considerazione per il Cermis, ma fu imputata solamente la condotta sconsiderata e il tentativo di inquinamento delle prove. La sicurezza di essere al di sopra della legge mosse i due piloti a quelle spericolate acrobazie a bassissima quota. Virate, cabrate e picchiate in anguste valli dolomitiche a poche centinaia di metri dal suolo, in barba a qualsiasi regolamento e buon senso. Nel caso in questione, gli assassini stavano addirittura cercando di filmare la bellezza dei paesaggi nostrani per potersi riportare in patria un grazioso souvenir della campagna coloniale italiana.

Nel 2012, uno dei “condannati” confessò tutta la faccenda ai microfoni del National Geographic, senza, peraltro, incorrere in nuove condanne: “Ridevano e fotografavano le montagne, il paesaggio splendido del lago di Garda. Mentre l’aereo violava le regole, volando troppo basso e troppo veloce, giravamo un video ricordo delle Alpi: un souvenir per il pilota, all’ultima missione prima di tornare negli Stati Uniti. Quando ci hanno detto che avevamo ucciso così tante persone ho pianto come un bambino. Mi sono chiesto perché noi siamo vivi e loro sono morti. Ho bruciato la cassetta. Non volevo che alla Cnn andasse in onda il mio sorriso e poi il sangue delle vittime”.

I risarcimenti ai familiari delle vittime, stimati dall’amministrazione militare degli Stati Uniti in 40 milioni di euro, furono inizialmente saldati dalla provincia di Trento e dallo Stato italiano e solo successivamente rimborsati per i ¾ da Washington, secondo altri inammissibili accordi bilaterali. Ancora oggi, dopo ventun’anni, le vittime della tracotanza a stelle e strisce aspettano giustizia. Ancora oggi, in Italia, per dirla sempre con Croce, “ [le giovani] generazioni [sentono] in se stesse la durevole diminuzione che l’avvilimento, da noi consentito, ha prodotto nella tempra italiana, fiaccandola”.