Le acque sembravano essersi placate, quando nel 1976 la Spagna uscì dalla dittatura franchista e la Catalogna appoggiò il governo madrileno al fine di non ricadere sotto una nuova e opprimente dittatura. Erano tempi molto diversi da oggi, dove la priorità politica non era altro che la premura per la creazione o il miglioramento del welfare collettivo. Era dunque interesse comune che la macchina statale spagnola funzionasse per il meglio, poiché quest’ultima si ergeva a garante della coesione e dell’armonia sociale.

Quarant’anni dopo, la situazione è completamente cambiata. Spagna, Italia e Grecia sono i cani addomesticati di Bruxelles, mentre i loro governi sono ligi al dovere d’impoverimento sociale dei cittadini dell’Europa meridionale. L’istituzione dello stato nazionale ha perso la propria forza e autorevolezza, (il cui simbolo sopravvissuto è la Costituzione), oltre che credibilità politica. La società civile è stata bruscamente allontanata dai palazzi del potere, distratta attraverso la pluri-citata strategia del “panem et circenses” mediatico. Inoltre, le analogie fra il modello liberista di scuola montiano-renziana e quello spagnolo non sono poche. È facilmente riscontrabile l’individuazione di un progetto ben preciso su scala continentale. L’attuale presidente del governo spagnolo, Mariano Rajoy, attuale fautore di un’autoritaria opposizione contro la Catalogna, era in carica nel 2011; l’anno decisivo in cui Madrid diede il via all’approvazione di un piano di tagli alla spesa pubblica per un importo di 8,9 miliardi di euro di risparmi e 6,2 miliardi di nuove entrate. Ci si domanda come possa, un tale personaggio politico, essere ancora presente sulla scena nazionale, tuttavia i miracoli sono all’ordine del giorno.

L’ipotesi ufficiale secondo la quale il popolo catalano si sia magicamente ridestato nel suo turbinio indipendentista e patriottico, senza precedenti scosse, risulta più che infondata. La Catalogna è, di fatto, una regione economicamente più avanzata rispetto ad altre ma, in presenza di una forte tassazione, ha iniziato a ricadere nei malumori e nelle ostilità provocate dall’ingerente austerità madrilena (come le restanti aree dell’entroterra spagnolo). Bisogna inoltre rammentare che la sola area turistica e industriale di Barcellona contribuisce enormemente agli introiti nelle casse statali spagnole, nell’ordine dei miliardi di euro. Da questa situazione è scaturito il desiderio del referendum per l’indipendenza del paese, insofferente nei confronti delle misure politiche del governo centrale.

Del resto, un fenomeno analogo (ma non identico) si è potuto notare nel Regno Unito, con il recente referendum secessionista (2014) avanzato dagli indipendentisti scozzesi, finito poi con la vittoria schiacciante del “No”. Allo stesso modo, sebbene in forma più embrionale, le spinte autonomiste sono sorte anche in Italia, dove Lombardia e Veneto si preparano ad affrontare la scelta referendaria inerente all’autonomia regionale. Tutte le realtà sopra menzionate sono molto diverse l’una dall’altra, sia per ragioni storico-politiche, sia nell’essenza delle rispettive classi dirigenti, sia nell’intenzione “scissionista” (autonomia/indipendenza). Tuttavia, il fenomeno indipendentista attraversa il vecchio continente da Nord a Sud, sotto il segno di un comun denominatore: il fallimento delle politiche sociali dell’Unione Europea.

Gli scontri di piazza in Catalogna, l’esercizio della violenza della polizia spagnola e le controversie costituzionali nella legittimità del referendum rischiano, da un lato, di farci assistere alla visione di un popolo ancora più sottomesso e, nel medesimo tempo, di minare l’integrità dello stato spagnolo. Se, di fatto, il principio di autodeterminazione dei popoli è ricolmo di contenuti culturalmente ed economicamente ragionevoli, dall’altra parte le spinte autonomiste, (se pur legittime di fronte all’austerity), destabilizzano la Spagna e sviliscono il concetto di “stato nazionale”, ultimo baluardo di resistenza di fronte al liberistico progetto dei super-stati (un’unione di energie a fini esclusivamente competitivi). Il famigerato presidente Rajoy, al fine di scongiurare il pericolo di una secessione, dovrebbe procedere al ricompattamento della comunità politica e all’ adozione di misure di stabilizzazione economica, piuttosto che imbastire quotidianamente un palcoscenico di precarietà sociale, reprimendo nel sangue i concittadini dissidenti.