È un elemento culturale piuttosto interessante quello della scelta, per uno Stato sovrano, di cosa proibire e cosa ammettere. Si può parlare a questo riguardo di cultura proprio perché la scelta è sempre, o quasi, discrezionale. Non esiste giusto e sbagliato, esiste solo la volontà di un popolo che si esprime attraverso i suoi rappresentanti, rivelando inevitabilmente tante sfumature di sé. Il tecnico serbo Boskov diceva che “rigore è quando arbitro fischia” nel senso che, al di là delle mille inevitabili polemiche, una decisione va pur sempre presa da qualcuno e rispettata da altri.

La scelta è, però, tanto più avvertita come giusta, soprattutto nel lungo periodo, quanto più si rifà a criteri logici.

Molto attuale è la questione – e fatto culturale -, delle “droghe leggere”, in auge per via delle parole del ministro Salvini, che auspica il controllo ed eventualmente la chiusura dei rivenditori di cannabis “legale”, ovvero quella con valori di THC sotto la soglia ritenuta stupefacente. Soglia che le sezioni unite penali della Cassazione, con recentissima sentenza destinata a far discutere, hanno ritenuto non dirimente ai fini della liceità: dunque è reato la commercializzazione di tutti i prodotti derivati dalla cannabis light, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante.

Al di là delle considerazioni circa la finalità politica che una dichiarazione di questo tipo, fatta da un ministro, possa avere – e del fatto che, per fortuna, non sarebbe un ministro, ma il parlamento a decidere -, stupisce in generale il fatto che, pur vietata, la cannabis sia tollerata al punto che con grande facilità è possibile acquistare in tabaccheria cartine lunghe, grinder e simili oggetti specificamente pensati per questa sostanza. È un po’ come se lo Stato dicesse che teoricamente non si può, ma che in realtà basta non farsi vedere. È come se non ce la si sentisse di proibirla davvero la cannabis – altro discorso è quello relativo allo spaccio -, ma nemmeno di legalizzarla, con le note conseguenze che riguardano la criminalità organizzata e le mancate entrate per lo Stato.

Se quindi non basta l’esempio virtuoso di alcuni paesi che hanno fatto con successo il passo di legalizzare la cannabis, che la si proibisca davvero e con forza! La situazione attuale è evidentemente un compromesso fragile e illogico, destinato a rompersi.

La nostra cultura non riesce a slegarsi dal concetto della tipologia di sostanza per passare a quello dell’effetto che la sostanza provoca. Quindi ha senso distinguere – per forza di cose discrezionalmente – fra droghe leggere e pesanti, ha meno senso farlo così aprioristicamente fra alcol e qualsiasi altra sostanza psicotropa. Come definire, se non “culturale”, l’immotivato privilegio a favore dell’alcol?

La questione è tutt’altro che semplice, ma almeno se ne sta parlando, quindi, da non fumatore, propongo un brindisi a favore delle discussioni serene e del dialogo – perché proporre una fumata non si dice proprio.