Carlo Freccero è un situazionista, nel senso originale della corrente di pensiero di origine francese (Guy Débord) ma ben trapiantata in Italia, che denudava l’alienazione della “società dello spettacolo” ritorcendogli contro i suoi meccanismi ed effetti perversi. La parola d’ordine era détournement, l’uso spregiudicato e decontestualizzato di elementi estetici dell’immaginario di massa per produrre un effetto di straniamento. Risultato: spiazzare, mandare in tilt il senso comune, épater le bourgeois.

Ieri sera, prendendosi di peso lo spazio di “introduzione al film” («perdonate se entro nelle vostre case»), il neo-direttore di Rai2 ha spiegato perché ha scelto di mandare in onda in prima serata, e in edizione integrale, un classico della censura contemporanea:Ultimo tango a Parigi” uscito 47 anni fa. A parte l’omaggio a Bernardo Bertolucci la cui recente morte, ha detto Freccero, è passata troppo in sordina, era un «dovere morale» contrapporre al cartoon moralistico di Adriano Celentano su Canale5 uno scampolo di passata cultura “alta”: «avevo due scelte: o scendere più in basso, mettendo su Rai2 una tamarrata, o lavorare sulla qualità. Stavolta ho lavorato sull’alto». E giù di analisi critica del testo, direbbero i colti, sul significato «liberatorio» dello stupro “imburrato” del protagonista Marlon Brando, il suo «femminicidio capovolto» (ha detto proprio così, in questi tempi di caccia alle streghe maschiofoba) da parte di Romy Schneider che lo puniva per aver “tradito” la natura anti-convenzionale della loro relazione, innamorandosi perdutamente come un uomo borghese qualunque, l’influenza dell’esistenzialismo di Sartre e Camus filtrati (male, se a noi è lecito dirlo) dal sessuomane Moravia – a quando una serata, Carlo, su Sergio Saviane, che nell’indimenticabile pamphlet “Moravia desnudo”, osteggiatissimo dalla mafia letteraria degli anni ’70, fece a pezzi il mito di quel tutankhamon imbalsamato che era diventato l’autore de “La noia”?

Al di là del merito della scelta più o meno iconoclasta nell’anno domini 2019, discutibile proprio perché, come ha sottolineato Carlo “in qualche modo” Freccero, ormai i ragazzini si fanno in dosi massicce di scene di sesso ogni giorno su Youporn («anche a scuola»), è la valenza politica in senso ampio che prorompe felice da questo primo blitzkrieg del debordante direttorissimo debordiano. Che sta tutta nell’ultima frase del suo spiegone iniziale: «guardatelo: saremo in pochi, ma saremo i migliori». Chi sono i migliori? Oi aristoi, dicevano gli antichi. È l’aristocrazia di chi eccelle sui molti (oi polloi) per qualità di spirito, non per denaro sterco del demonio e nemmeno per cultura intesa come immagazzinamento indottrinato e scimmiesco, ma per la passione di scoprire e farsi sorprendere dalla realtà, specialmente la più urtante, la più ostica, la più rivoltante – perché porta alla rivolta, a ribellarsi alle proprie convinzioni e a sé stessi.

Una rivendicazione a mento alto di elitarismo. Che non va confuso con l’elitismo contro cui i populismi (se così vogliamo chiamarli per semplicità, seguendo una tantum la vulgata) hanno ingaggiato battaglia, e che insediati al governo hanno riportato proprio lui, Freccero, a tentare di nuovo di sperimentare quel medium oggi di nicchia che è la televisione. Se le mummie dell’idiotamente corretto si aspettavano un populismo catodico in senso beceramente scadente, ecco che il Deturnatore li ha fatti secchi. Fra l’altro giocando contro la sinistra odierna la carta di un totem della sinistra di allora, che se si faceva un punto d’onore di denunciare la buoncostume democristiana (e comunista) dell’epoca.

Un’operazione certamente molto autobiografica («noi siamo le letture che abbiamo fatto»), che parla della beata gioventù dei Freccero d’Italia di quella stagione. Ma che, appunto, deturnata in questo momento storico, mantiene il sapore della sfida provocatoria. Non per il contenuto in sé, agli attuali occhi iniettati di porno non più scandaloso, ma per la professione di aristocraticismo, di “pochi ma buoni”, che contraddice in pieno auto-controcanto l’aspettativa di una plebeizzazione, nel caso specifico di una rete di Stato il cui tg segue invece una linea vicina alla Lega, che coi situazionismi e gli esistenzialismi ha sempre avuto molto poco a che spartire. Lasciandosi aperta la porta al «basso» sia pur sempre elaborato, cioè popolare (Freccero, ricordiamolo, fu l’ostetrico della prima tv berlusconiana, con “I Puffi” in prima serata, Funari, Ferrara, e poi negli anni ’90, di nuovo in Rai, con “Anima mia”, “Pippo Kennedy Show”, “Macao”), in un continuo mescolarsi di generi e stili.

Il limite dell’attitudine situazionista è che poi, inevitabilmente, come è stato infatti per le originarie innovazioni frecceriane, il tutto viene poi fagocitato e geneticamente modificato dall’industria dello show un tanto al chilo. Ma è il destino tragico delle idee inizialmente provocatorie assorbite sui media di massa, quello di scadere in brutta copia una volta serializzate (il mezzo è pur sempre il messaggio, come da manuale Mac Luhan della comunicazione). È la situazione, però, il singolo pezzo di vita che conta, nell’ottica vorremmo dire quasi esistenziale, se non proprio esistenzialista, del Freccero aristocratico-popolare: ieri sera, in qualche modo, Freccero è riuscito a imbastirne una che si spera solo verrà superata all’insegna dell’osare sempre, osare ancora…