Si avvisano taluni colleghi ipovedenti e non comprendenti l’italiano che Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, che non sono due statisti ma un po’ di ragione possono avercela anche loro, non hanno dato di sciacalli e puttane a tutti i giornalisti indiscriminatamente, ma alla «stragrande maggioranza» tra quelli che hanno scritto balle sul caso giudiziario del sindaco di Roma, Virginia Raggi, uscita pienamente assolta l’altro giorno dall’accusa di falso in atto pubblico. Solo un cieco (se si può ancora usare questa parola, in tempi di totalitarismo politically correct) o solo chi è in spudorata malafede può non aver visto il pregiudizio che alla cronaca ha aggiunto una valanga di fango a cui è stata sottoposta la prima cittadina della Capitale, trattata con un razzismo politico (vero Repubblica?), sociale (vero Galli della Loggia e benpensanti vari?) e persino sessuale (vero, Feltri?) da cartellino rosso (vero, Ordine?). Che poi la sua giunta abbia operato poco o male, questo è un altro discorso. Ma la spocchia, il livore, la faziosità preconcetta della stampa orfana del regime unico destra-sinistra, su questa vicenda sono andati oltre ogni immaginazione.

Alcuni fra i suddetti colleghi che s’indignano e organizzano la nuova Resistenza devono evidentemente, nel loro subconscio, essersi sentiti chiamati in causa. Chi questo lavoro sa benissimo come funzionano le logiche politiche – sottolineato: politiche – e d’affari – precisiamo: di business, di legami lobbistici, di vicinanze fra proprietari e istituzioni/partiti – che sovrintendono il gioco fra giornalisti, editori e questa o quella parte in campo. Chi tiene la schiena diritta, come si usa dire con abusata retorica, certo che c’è, e scrive e lotta in mezzo a noi. Ma opera nelle maglie del sistema mainstream, o ai suoi margini. Rappresenta l’eccezione, non la regola. Più un giornale è grande e l’editore ha a che fare con il settore pubblico per i suoi interessi, e più l’indipendenza di giudizio e l’onestà intellettuale tendono inevitabilmente a rarefarsi, a farsi fagocitare da dinamiche extragiornalistiche, a pagare dazio al potere di turno.

Ecco perché ha due volte ragione Di Maio, e in coda il ministro della giustizia Bonafede e il sottosegretario agli esteri Di Stefano, ad agitare lo spettro di una legge che regoli l’editoria. Cioè che ponga limiti agli editori impuri, ovvero quegli imprenditori attivi negli ambiti più vari che poi si mettono a editare giornali per acquisire influenze, così da favorire invece quelli puri, ossia gli editori e basta, che si contano sulle dita di una mano. Ha sbagliato i  tempi, però, il vicepremier: non avrebbe dovuto dirlo ora. Perché sa di vendetta. E un politico di governo non può far sembrare un provvedimento sacrosanto come una ritorsione del momento. L’Ordine dei Giornalisti della Campania ha avviato un procedimento contro Di Maio. L’alzata di scudi corporativa contro le sue parole non c’entra nulla con la libertà d’informazione. Se c’entrasse, gli indignados dovrebbero essere strafelici del proposito di metter mano al comparto con l’obiettivo di aprire finalmente un mercato di imprese editoriali autonome. Magari proponendo a loro volta di mantenere il finanziamento pubblico ai giornali, ma esclusivamente per cooperative di giornalisti. Invece si preferisce difendere lo status quo. L’Italia risulta non essere esattamente un paradiso di giornalismo libero.

Allora cosa difendono, di grazia, i partigiani della penna? Per chi imbracciano i metaforici mitra della lotta all’invasore? Per quale libertà gridano all’attentato alla democrazia? Per quella loro, o per quella dei loro editori? O per quella truffaldina di chi se la dà da cavaliere senza macchia e senza paura, ed è macchiato di snobismo di casta fino ai pantaloni, e ha una fottuta paura, umanissima paura, di perdere potere, privilegi e prestigio (capirai che prestigio) se si azzarda a non difendere l’indifendibile? Ci sono giornalisti che non sopportano l’ipocrisia della corporazione. Chi scrive è fra questi.