L’otto aprile i giudici della Corte d’Assise d’Appello del tribunale di Lecce hanno assolto undici dei tredici imputati condannati nel 2017 in primo grado per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù dei lavoratori migranti impiegati nelle campagne di Nardò, in Salento. L’episodio da cui partirono le indagini è storico, perché per la prima volta un gruppo di braccianti ebbe il coraggio di ribellarsi ai caporali, nonostante le minacce e i ricatti. I giudici della Corte, però, hanno ritenuto che il reato di schiavitù non sussiste e il reato di caporalato non è stato riconosciuto per una questione tecnica, cioè per il principio di irretroattività delle norme penali.

Non è da paese civile abbaiare contro una sentenza, limitiamoci a una considerazione basata sui fatti: uno Stato in cui la verità processuale è troppo distante dalla verità empirica, perde credibilità e non tutela le classi più deboli. Il caporalato esiste eccome! Basta farsi un giro nelle campagne del Salento o della Campania per vedere centinaia di lavoratori chini a raccogliere pomodori o nei distretti agricoli di Asti, pieni di braccianti stagionali che lavorano tra serre stracariche di peperoni e le vigne dello spumante. Chiunque abbia occhi e orecchie per sentire sa dell’esistenza delle baraccopoli come quella di Rosarno, in Calabria, luoghi pericolosissimi e insalubri in cui queste persone trascorrono le poche ore di riposo che gli vengono concesse. Il caporalato è un terribile fenomeno sociale molto diffuso sia nel Nord che nel Sud d’Italia, e rappresenta una delle forme più brutali di sfruttamento di esseri umani, italiani ed extracomunitari, costretti a vivere, lavorare e spesso anche morire in condizioni di miseria, senza alcun diritto e continuamente minacciati. In più i migranti soffrono un ulteriore ricatto legato al possesso o meno del permesso di soggiorno, una componente che li rende totalmente invisibili e ingiustificatamente vulnerabili. I numeri sono enormi: secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto, in Italia le donne e gli uomini soggetti a lavoro irregolare e caporalato sono tra i 400 e i 430 mila e il fenomeno vale 4,8 miliardi di euro.

Com’è possibile che tutti questi dati non formino una verità processuale? Non pecchiamo di ingenuità: sappiamo che la sentenza della Corte d’Appello del Tribunale di Lecce anche se avesse confermato il primo grado non avrebbe interrotto, da sola, il sistema di sfruttamento di esseri umani – il suo operato si circoscrive agli episodi oggetto del pronunciamento – però avrebbe costituito un’altra tappa importantissima di un percorso necessario verso l’abbattimento del muro di omertà e malaffare che copre un meccanismo marcio con il quale ci guadagnano in troppi. Il caporalato non è che la punta dell’iceberg di un sistema a tratti ambiguo, più silenzioso ma infinitamente più grande: quello della filiera della grande distribuzione organizzata. Come scritto nero su bianco nel VI Rapporto sui crimini agroalimentari: “La GdO produce strozzature nella catena del prezzo”. Il sistema della produzione agroalimentare nazionale (per capirci, i grandi supermercati e i grandi marchi) si regge su di una rete in cui lavorano mezzo milione di nuovi schiavi che percepiscono mediamente 2,5 euro per ogni ora di lavoro e tutto questo per garantire i prezzi bassi di frutta e ortaggi che troviamo ogni giorno sugli scaffali. In più questo sistema criminale, perché non c’è altro modo di chiamarlo, imponendo prezzi stracciati strozza anche le stesse piccole imprese agricole che sfruttano i braccianti. Ed è qui che capiamo che il caporalato non si può combattere solo nelle aule di giustizia, ma soprattutto con la volontà politica.

La volontà politica si potrebbe esplicare in una prima e semplicissima forma: i controlli. Peccato però che dal 2015, a causa del Jobs Act renziano, una riorganizzazione della materia ha imposto la nascita dell’Ispettorato nazionale del lavoro: un blob informe nel quale sono confluiti gli ispettori del ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail, complicando le operazioni di accertamento. Un dato: nel 2016 erano stati effettuati controlli su 192 mila imprese, nel 2017 su 160 mila, per il 2019 ne sono previsti 147 mila. Il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha dichiarato più volte di voler contrastare il fenomeno del caporalato e di volerlo fare tramite l’intensificazione dei controlli e con l’implementazione dei centri dell’impiego. Ma Di Maio lo sa che il suo collega di governo Salvini, crede che il fenomeno si possa debellare semplicemente abbattendo le baraccopoli? Sarà difficile conciliare queste due visioni. In fondo possiamo capirli: quale politico ha il coraggio di andare contro il 25% delle aziende agricole italiane coinvolte?

Il caos delle leggi e la debolezza dei nostri governanti fanno sì che l’Italia sia un paese in cui persino il reato di schiavitù può cadere nel buco nero di una lacuna normativa e non essere perseguito. E, a quel punto, a chi verrà addossata la colpa? Aspettiamo fiduciosi che presto verrà addossata ai lavoratori.