Il Regno Unito è sempre stato fieramente fedele al suo isolazionismo tranne per rari casi in cui, a causa di interessi che andavano coltivati o di minacce che andavano arginate, anche il popolo di Sua Maestà è stato obbligato a sporcarsi le mani con gli affari di noi continentali. Con la Brexit questa attitudine isolazionista si è espressa in maniera molto più esasperata che nel passato, portando il Regno di Sua Maestà in un caos politico e istituzionale senza precedenti nella millenaria storia del Regno. Conseguenza ne è stata l’entrata a Downing Street di Boris Johnson, un personaggio tanto istrionico quanto distruttivo, per giunta poco adatto alle fasi negoziali che non a caso ancora stentano a decollare con l’UE. Il biondo inquilino di Downing Street, infatti, fino ad oggi non ha fatto altro che portare ulteriore caos in un Paese già abbastanza diviso e dilaniato da conflitti interni latenti e molto pericolosi – come la ferita non ancora del tutto rimarginata che riguarda i confini dell’Irlanda del Nord.

Tuttavia nonostante la legge a dir poco antidemocratica emanata per zittire e imbrigliare il Parlamento in merito ai processi negoziali con l’UE, pur di arrivare a quel leave tanto agognato dall’ala più oltranzista dei conservatori che lui rappresenta, il caro Boris si ritrova saldamente in testa ai sondaggi di gradimento appena pubblicati. La domanda più logica, alla luce dei recenti avvenimenti, è: com’è possibile? La causa di ciò va rintracciata in diversi fattori. Oltre alla diffidenza e supponenza tradizionale che i britannici manifestano da sempre nei confronti dell’Unione Europea (e poco importa che, per entrarci, si siano presentati praticamente mendicando un posto alla tavola dell’allora CEE, pur di cercare di risollevare un’economia che andava a rotoli all’epoca dell’Iron Lady), ad influire moltissimo negli orientamenti al voto è l’intensità di percezione di diseguaglianze sociali ed economiche che hanno pochi eguali negli altri Paesi europei. Non che nell’Unione Europea tali disuguaglianze non esistano, ma sono semplicemente meno esasperate rispetto a quanto non accada nel Regno di Sua Maestà.

Per verificare ciò basta passare del tempo a Londra, sempre più un’enorme attrazione a cielo aperto per miliardari e magnati della finanza e sempre meno a misura di persone normali, tutta concentrata ad attrarre a sé capitali esteri per sopravvivere – mentre nel resto del Paese si assiste alla crescita repentina di sacche di povertà sempre più evidenti, oltre che all’accentuarsi di disuguaglianze ormai endemiche. Alla luce di ciò, la retorica facilona di Boris Johnson & co. è riuscita ad intercettare gran parte degli scontenti, identificando in maniera pretestuosa la causa di ogni male per il Regno nell’Unione Europea e nei suoi membri. Questo, però, senza aver mai avuto il coraggio di mettere le mani su un sistema di welfare che, da quando ha smesso di funzionare decentemente, ha finito per generare tensioni crescenti, sfociate poi nella polarizzazione fra gli slogan leave e remain che, non a caso, rappresentano in maniera plastica le due facce di un paese diviso fra poveri e ricchi, ignoranti e colti, cittadini e campagnoli, senza che si sappia più esprimere quella scala di grigi che servirebbe a smorzare i contrasti di una società così divisa.

In tutto ciò dalla prospettiva di noi continentali le scelte politiche di Londra continuano a rimanere imperscrutabili e, spesso, illogiche. Sembra quasi che i britannici abbiano fretta di ripercorrere al contrario le vicende che, nella mitologia greca, hanno riguardato l’isola di Delo. Dapprima condannata ad essere una terra errante all’interno del mare Egeo per colpa di una maledizione ricevuta dagli dei, Delo ha saputo redimere la propria immagine accogliendo l’esule Latona che, grazie all’asilo di quella terra maledetta, ha dato alla luce Apollo. Grazie a quell’atto di generosità, Delo è riuscita a ritrovare una collocazione stabile nel Mar Egeo, fissandosi nel punto in cui tutti ancora oggi la possono trovare. Ebbene, sembra che il Regno Unito come un galeone della gloriosa Royal Navy abbia fretta di mollare gli ormeggi e iniziare a girovagare per uno scacchiere geopolitico sempre più polarizzato, condannandosi ad un ruolo sempre più periferico e vassallo rispetto agli USA – che non a caso spingono per un hard Brexit. Il capitano Boris, del tutto inebriato dal potere che detiene e dalle ambizioni che coltiva, sta testardamente dirigendo la sua nave verso un futuro di anonimato e irrilevanza.