«Se un accordo è impossibile e nessuno vuole l’accordo, allora alla fine chi avrà il coraggio di dire qual è l’unica soluzione positiva per il Regno Unito?» A scrivere è Donald Tusk su Twitter e la soluzione cui fa riferimento consiste nell’annullare la volontà degli elettori espressa chiaramente nel referendum sulla Brexit, facendo permanere il Regno Unito nell’Unione Europea. Insomma fregarsene della democrazia, canalizzata nei binari di un rappresentativismo solo apparentemente democratico e plebiscitario. Da ciò si evince che le élite burocratiche, cardini fondanti dell’attuale potere europeo, formatesi solitamente nelle università angloamericane, odiano il popolo.

Brutta e semplificativa parola, certo, ma stavolta siamo fuori dal terreno della retorica, e si tratta dell’idea filosoficamente e letterariamente nutrita che le masse siano incapaci di intendere e di volere e che a guidarle ci voglia per l’appunto un’élite, che sappia meglio di loro cosa è preferibile. Ma le masse sono un conto, e un altro conto sono gli individui che agiscono sotto l’egida di principi culturali: le presunte élites, se nulla apportano alla comunità stessa e se credono di essere qualcosa d’altro rispetto ad essa, qualcosa di superiore, dovrebbero quindi, gentilmente e cordialmente, andare al diavolo. E mentre a Strasburgo si celebrano i vent’anni dell’Euro, con un discorso di Juncker che parla di austerità avventata e di insufficiente solidarietà con la Grecia (il paese in cui, a causa dell’aumento del prezzo del gasolio, si è tornati alle stufe a legna nelle quali si brucia di tutto, con aumenti vertiginosi delle malattie respiratorie), in Inghilterra si è votata la mozione di sfiducia alla Premier inglese Theresa May, risolta con il respingimento della mozione. Sarà ancora lei, almeno per il momento, a gestire gli accordi sulla Brexit.

L’accordo proposto dal Primo Ministro non era stato approvato dal Parlamento, in una strana – ma non troppo – alleanza fra i sostenitori della Hard Brexit e i più “Tuskiani”, intenzionati a riproporre un nuovo referendum o semplicemente a ignorare gli esiti del primo. Certo, l’accordo proposto era davvero poco rivoluzionario e avrebbe apportato modifiche di una qualche sostanza solo al “libero movimento delle persone”, eccezion fatta per i turisti. Ciò che non si deve ignorare è che dal giorno in cui fu votato il “Leave” la macchina propagandistica anti Brexit si è messa in moto per scongiurarne l’attuazione pratica. Adesso la May chiederà tempo: probabilmente cercherà una nuova mediazione con i conservatori del suo partito e già il prossimo lunedì dovrà rendere conto della sua posizione. Inutile sottolineare che tipo di precedente scatenerebbe una mancata attuazione della Brexit sui futuri possibili sommovimenti politici del continente: verrebbe sancito pubblicamente il diritto pratico delle élites di fare il volere del popolo contro il popolo. Come al solito occorre schierarsi.