Dopo la triste parabola di Theresa May, rimasta intrappolata nelle tortuose vie delle trattative con l’Unione Europea, si è inaugurato il nuovo corso di Boris Johnson che, per ora, sembra avere le idee piuttosto chiare. Per quanto riguardo l’uscita dall’UE Johnson è categorico: Hard Brexit il 31 ottobre, uscita senza accordo. Pochi giorni fa il premier ha addirittura attuato un decreto con cui cancellare l’adozione delle leggi UE nel Regno Unito.
Potrebbe sembrare tutto chiaro e lineare ma, come Theresa May, Johnson rischia di inciampare nelle questioni legate alle entità nazionali legate a Londra.
La Scozia di uscire dall’Unione Europea non ne vuole sapere. Come testimoniato lo scorso marzo dall’eurodeputato scozzese dei Verdi, Smith, l’uscita dall’UE comporterebbe quasi inevitabilmente un nuovo referendum riguardo l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, al fine di poter rientrare il prima possibile in orbita Bruxelles. E’ inoltre risaputo che la popolazione scozzese votò in maggioranza il “remain”, confermando la propria vocazione europeista e poco compatibile con la Brexit.
Insieme all’indipendenza scozzese potrebbe riscoppiare la polveriera irlandese. Un eventuale distaccamento della Scozia dovrebbe quasi sicuramente mantenersi su binari diplomatici e pacifici ma la questione irlandese rischia di entrare in un nuovo e quanto mai teso capitolo di violenze e disordini.
Johnson non è stato chiaro riguardo il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, ad oggi totalmente fittizio, in caso di Brexit. Il famoso “backstop”, il principale motivo degli affanni di May, è inutile secondo Johnson, che rassicura tutti sostenendo di possedere mezzi e piani necessari a evitare qualsiasi problema di frontiera. Tale posizione risulta però troppo evanescente e vaga, priva di una reale riflessione su ciò che potrebbe accadere in caso di una netta divisione dell’Irlanda.
Mentre Boris rimane criptico, i nazionalisti irlandesi stanno già da tempo fiutando l’occasione d’oro per riunire finalmente l’isola: dai piccoli gruppi di attivisti fino al Sinn Fein è impensabile una Brexit senza una conseguente riunificazione. Quest’ultimo, il principale partito nazionalista irlandese, ha già da tempo studiato delle soluzioni post Brexit che renderebbero l’Ulster una sorta di regione a statuto speciale ma comunque dentro l’Unione Europea, quindi fuori dal Regno Unito e dunque sotto un’influenza certamente più marcata della Repubblica d’Irlanda.
In questo quadro pare quasi impossibile una Brexit senza aver affrontato la questione irlandese, e il pressapochismo di Boris Johnson potrebbe dirla lunga sul reale valore di questo particolare personaggio. La Brexit, per riuscire al meglio, sradicherebbe due territori storici del United Kingdom per cui l’Inghilterra rimarrebbe “sola” col Galles permettendo alla Scozia, ma soprattutto all’Irlanda, di raggiungere la piena sovranità. È chiaro che le due questioni presentano differenze abissali, ma l’unico modo per evitare il caos in Irlanda e rispettare la volontà popolare espressa nel referendum della Brexit configura necessariamente quanto appena detto: immediata riunificazione irlandese, riflessione sull’indipendenza scozzese, Inghilterra fuori dall’Unione Europea.
Sicuramente con il nuovo premier la Brexit ha avuto un grande impulso uscendo dalle sabbie mobili delle trattative con l’UE. Johnson più di tutti sta proiettando nella realtà la volontà del famoso referendum del 2016, dimostrandosi di gran lunga più serio di un certo Jeremy Corbyn, il leader laburista partito incendiario e finito pompiere, attuale sostenitore della folle seconda consultazione popolare per evitare il no-deal. Johnson ha dunque un’enorme responsabilità, una missione da vero statista, muovendo la pedina della Brexit per favorire altre due o tre mosse fondamentali per vincere questa complicatissima partita a scacchi. E in questa competizione non ci sono buoni o cattivi, come il caos mediatico tende a far pensare, ma tante differenti istanze di libertà, chi dal Regno Unito, chi dall’Unione Europea. Come la più classica definizione di autodeterminazione prevede, ogni popolo ha il diritto di percorrere la strada che ritiene più giusta per la propria realizzazione. E in questo percorso, globalismo e imperialismo non sembrano essere i benvenuti.