L’Italia ha un pregio: nonostante il diffuso annichilimento delle coscienze, nella penisola incastonata al centro del Mediterraneo crediamo ancora alle favole e siamo sicuri che il bene trionferà sempre sul male. Almeno, questa sembra essere l’unica spiegazione plausibile che giustifichi il perché continuiamo a credere nel principe azzurro. Lo Stato e i sindacati hanno pensato veramente che la Blutec avrebbe avviato un serio piano di reindustrializzazione dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese? Ad oggi i piani di salvataggio industriale sovvenzionati dallo Stato non hanno quasi mai funzionato e sono stati letteralmente buttati fuori dalla finestra miliardi di euro per finanziare inutili programmi il cui scopo sembrerebbe, a questo punto, quello di voler martoriare i nervi già usurati dei poveri lavoratori coinvolti.

Nel novembre 2011, la Fiat– all’epoca non ancora FCA – dopo due anni di avvertimenti annunciati per bocca del suo amministratore delegato Sergio Marchionne, chiudeva lo stabilimento di Termini perché la produzione era divenuta troppo costosa, lasciando così in mezzo alla strada 1556 lavoratori diretti e i circa 700 dell’indotto. Per tre anni i vari governi in carica – Monti, Letta e Renzi – hanno cercato disperatamente di attirare con cospicui finanziamenti pubblici qualche imprenditore a cui far indossare i panni del buon samaritano e il miracolo, alla fine, sembrava esserci stato: la newco Blutec, presentatasi al tavolo delle trattative, aveva concluso in fretta e furia un accordo per il rilancio dello stabilimento siciliano che, all’epoca, i nostri rappresentanti al governo avevano venduto agli italiani come un grande successo. Solo tre anni dopo, il Ministro dello Sviluppo del governo Gentiloni, Carlo Calenda, fiutate le difficoltà che Blutec stava creando – non fornendo la rendicontazione su come erano stati spesi i primi milioni, tanto per dirne una – decise di sbolognare la patata bollente al suo successore, dopo le elezioni politiche del 2018.

Alla vicenda già travagliata dello stabilimento, oggi si aggiunge un nuovo capitolo: il gip Stefania Gallì ha disposto gli arresti domiciliari per l’amministratore delegato di Blutec, Cosimo di Cursi, il presidente del Cda Roberto Ginatta– buon amico e socio in affari di Andrea Agnelli. L’accusa, per entrambi, è di malversazione ai danni dello Stato. Dalle indagini emerge infatti che Cursi e Ginatta avrebbero utilizzato 16 dei 21 milioni di euro versati da Invitalia – di proprietà del Ministero dell’Economia – sui conti della Blutec per scopi diversi dalla riconversione dello stabilimento – a meno che ordinare ai propri dipendenti di costruire un modellino di Ferrari per il compleanno del figlio di Ginatta non rientri in un futuristico piano industriale sconosciuto a noi poveri mortali. Immaginiamo cos’altro avrebbero potuto fare, se non fosse intervenuta prima la magistratura, con i 95 milioni previsti dall’accordo di programma sottoscritto nel 2015 e con le agevolazioni pari a 70 milioni di euro. A tutto ciò si aggiunga che la Blutec stava – se continuerà a farlo dipenderà dall’amministratore giudiziario – siglando un accordo con i vertici della società di auto cinese Jiayuan, che Ginatta avrebbe dovuto controfirmare a fine marzo, in occasione della visita del Presidente Xi Jinping a Roma. Un’intesa che, a quanto pare, avrebbe previsto la produzione di 50 mila auto elettriche in tre anni destinate al mercato europeo, più un altro investimento da 50 milioni operato da Blutec e Jiayuan – o altri investitori – e che avrebbe rappresentato un altro mattone nella costruzione di questa “Via della seta” di cui l’Italia si sta rendendo protagonista e che tanto sta irritando gli Stati Uniti e l’Unione europea.

Aldilà della verità processuale, le responsabilità politiche sono evidenti. Oggi i lavoratori chiedono che FCA risponda del coinvolgimento della Blutec– che all’epoca era apparso fin troppo provvidenziale per essere vero – considerati gli strettissimi rapporti di Ginatta con la Fiat e tenuto conto che la sua azienda, la Metec – che gestisce al 100% la Blutec -, fu “distratta” dal salvataggio della Om Carrelli di Bari, proprio per investire nello stabilimento di Termini Imerese. Il Ministro dello Sviluppo, nonché ministro del Lavoro, Luigi Di Maio promette che il governo non abbandonerà i lavoratori, considerati vittime di questo bluff. Il Ministro deve essere ben consapevole però che la medicina non può essere quella vigliaccamente somministrata nel passato, ossia attivare inadeguati ammortizzatori sociali per poi cercare il coinvolgimento di imprenditori attratti solo dai finanziamenti pubblici, il cui apporto si rivela nel tempo una speculazione finanziaria con effetti devastanti sui lavoratori e sul territorio. Termini Imerese, ma anche le Acciaierie di Piombino, la Irisbus di Avellino – anche quella chiusa da Marchionne -, l’Embraco di Torino: tutte situazione simili il cui risultato, finora, è stato solo quello di illudere i lavoratori con le chiacchiere di una brutta favola.