Secondo la narrazione dei media più “accreditati”, l’economia sta godendo del suo miglior periodo dalla crisi iniziata nel 2008, che inaugurò la più disastrosa recessione del dopoguerra. Il tanto atteso passo in avanti verso la crescita globale definitiva sarebbe accompagnato dall’aumento dei consumi, da una moderata ripresa degli investimenti e da solidi incrementi occupazionali.

In realtà, la risalita dei corsi azionari è stata assai più rapida della crescita, molto limitata, dell’economia reale. Se le banche centrali, allo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime (2008), garantirono il salvataggio incondizionato del sistema bancario – l’iniezione di grosse somme di denaro e l’abbassamento dei tassi di interesse ai minimi storici ha provocato favolosi guadagni nei mercati finanziari. I complessi giochi della finanza non rispecchiano in alcun modo un aumento della ricchezza reale – che si ottiene, è bene chiarirlo, attraverso l’espansione degli investimenti e dell’occupazione – ma in ultima analisi rappresentano l’esito di scommesse più o meno rischiose sulle spalle dei lavoratori.

Uno dei principali fattori che ha sorretto il gonfiarsi della nuova bolla speculativa, pronta ad esplodere, è stato il recente taglio alle imposte sui redditi d’impresa da parte dell’Amministrazione Trump. Decisione che, seppur lodevole di principio, poiché rappresenta un’operazione “espansiva” di politica economica, non promuoverà nuovi investimenti nell’economia reale – e ciò finché non vi sarà un forte indirizzo politico in tal senso – ma fornirà nuova linfa per la pura speculazione finanziaria. Sintomatico del reale stato di cose è che la notizia di maggior risalto in ambito economico-finanziario, nelle ultime settimane, ha riguardato il lancio del trading di contratti futures sul bitcoin, presso l’operatore Cboe Global Markets con sede a Chicago. Spieghiamo meglio di cosa si tratta.

Le origini del bitcoin risiedono nello sviluppo di una tecnologia che consente transazioni via internet utilizzando “cripto-valute”, così denominate poiché rappresentano strumenti monetari “non ufficiali” che aggirano le valute nazionali e le autorità di regolamentazione finanziaria; il bitcoin è una sorta di moneta “anarchica”, il cui meccanismo di scambio e regolazione è stato messo a punto da uno sconosciuto chiamato Satoshi Nakamoto ovvero da un gruppo di programmatori che utilizzano quel nome. Come per ogni altro prodotto finanziario o valutario, i famelici “mercati” si sono immediatamente attivati per costruire su di esso un castello di prodotti “derivati”: in questo caso, si tratta di “futures”, cioè di contratti a termine con i quali le parti si obbligano a scambiarsi, alla scadenza, un certo quantitativo di determinate attività finanziarie ad un prezzo prestabilito. Pura scommessa finanziaria; ma questa volta, il gioco è durato poco, e già dopo cinque giorni dall’apertura delle nuove negoziazioni si è assisto ad un crollo repentino – e ancora del tutto inspiegabile – del valore di una cripto-valuta (il bitcoin, per l’appunto) e dei suoi derivati.

Pompando ingenti somme di denaro nel sistema finanziario globale negli ultimi dieci anni, le banche centrali hanno creato un vasto oceano di capitali che stanno ora cercando un rendimento sempre più alto (e rischioso); il programma sviluppato in risposta al crollo prodotto dal collasso della bolla subprime ha creato solo le condizioni per il prossimo sconvolgimento. La frenesia creatasi attorno al bitcoin è solo l’espressione più eclatante di un modello economico che sempre più domina sostituendo agli investimenti produttivi- e all’occupazione da questi creata- la mera speculazione contabile, il gioco d’azzardo di borsa. Non è affatto chiaro quale sarà l’effetto dell’eventuale collasso provocato dallo scoppio della bolla bitcoin; ma se nel 2008 la bolla dei subprime ammontava a circa 50 miliardi di dollari, oggi l’opacità ancor più marcata del sistema finanziario rende difficile determinarne l’esatto ammontare e l’estensione delle sue interconnessioni.