Non facciamoci troppe illusioni: siamo ancora lontani anni luce dal trovare una soluzione alle enormi difficoltà nello smaltimento della plastica.

Nonostante sia oramai da tempo un’evidenza che il tema della preservazione e conservazione dell’ambiente abbia largamente ottenuto l’attenzione dei media e delle masse, tuttavia le soluzioni portate sul tavolo dai vari attivisti o, più raramente, dai politici sono ancora da considerarsi utopistiche vie di fuga da una parte, meri argomenti da campagna elettorale dall’altra.

In ogni caso, nelle proposte è la confusione a farla da padrona.

In questi ultimi due mesi aveva preso piede la notizia dell’arrivo sul mercato di un nuovo tipo di plastica che, essendo derivata da biomassa o da materie prime non rinnovabili, sembrava la soluzione migliore per rendere il materiale più longevo e inquinante un innocuo rifiuto organico. Sono le cosiddette “bioplastiche”.

Nonostante siano stati tanti i comuni ad aver messo a disposizione dei cittadini tutte le indicazioni necessarie per l’introduzione nella raccolta differenziata di questo nuovo materiale, è stato Alia, il gestore dell’Ato Toscana centro, che serve più di un milione di abitanti, a sollevare i primi dubbi a riguardo. L’a.d. Alessia Scappini, infatti, ha spiegato che «qualora si usino prodotti in bioplastica, noi in questo momento possiamo solo dare l’indicazione che non vengano conferiti nell’organico ma solamente nell’indifferenziato». Se non ci fossero stati pareri avversi, sarebbe stata una dichiarazione quantomai inaudita dato che avrebbe “degradato” le bioplastiche a materiali nemmeno differenziabili.

Una posizione di maggior prudenza viene assunta da Alfredo Rosini, direttore generale di SeiToscana, che spiega: «Esiste un problema negli attuali processi di trattamento non sempre pienamente idonei a smaltire questo materiale, soprattutto se in grande quantità, con l’aggravante che il ciclo di trattamento e di compostaggio per questo tipo di materiale è spesso più lungo rispetto alle altre sostanze organiche».

Ci viene in aiuto una dichiarazione di Daniele Fortini, presidente di RetiAmbiente, che dettaglia: «L’assimilazione delle bioplastiche alle matrici organiche dei rifiuti genera un mix tra rifiuti putrescibili e non, per cui i tempi di biodegradazione sono diversi. In 60 giorni con i trattamenti meccanici e fisici la frazione putrescibile si decompone e torna terriccio. Le bioplastiche, anche quelle degli shopper, hanno invece tempi molto più lunghi. E ce ne sono alcune che ne hanno di lunghissimi, anche 130 giorni». Fortini, dunque, si dice meno catastrofico sull’argomento, e propone anche un’alternativa per il recupero del materiale: «Vogliamo riuscire ad individuare tecniche per estrarre le bioplastiche dall’organico in testa agli impianti di trattamento per poi spedirli nelle strutture che se ne possano occupare».

Non sono solo queste le criticità nel sistema della raccolta e smaltimento dei rifiuti, ma si aggiungano anche le conseguenze che questo tipo di plastica causa in ambienti marini: alcuni polimeri che compongono questo materiale, infatti, necessitano una esposizione prolungata ad una temperatura di oltre 50°C per disintegrarsi totalmente. Senza tali condizioni avverrebbe soltanto una dispersione di minuscole particelle intatte nei mari e negli oceani.

Anche la tesi per cui sia possibile una completa sostituzione della plastica a materiali organici, qualunque essi siano, presenta non poche problematiche: Martien van den Oever asserisce che per un simile progetto dovrebbe essere sfruttato ben il 5% della superficie terrestre coltivabile.

Per ora, dunque, le bioplastiche non sono soluzioni di sicura sostenibilità ambientale, ma soltanto prototipi lanciati irresponsabilmente sul mercato che rischiano, come è stato evidenziato, non solo di essere inutili, ma anche dannosi al nostro sistema. Noi, per ora, da cittadini non possiamo che continuare a informarci sui progressi della scienza, e, in questo specifico campo, soprattutto preferire oggetti multiuso rispetto ai più comodi usa e getta. Tenendo sempre ben presente, però, che il punto di svolta da una società tecnologicamente progredita a una culturalmente avanzata non è sempre la ricerca scientifica, ma anche la coscienza degli individui che la compongono: abbiamo l’occasione, oggi, di vincere il sadico gioco della facile offerta predominante e imporre la nostra domanda alle regole del mercato.

Ne saremo capaci?