Schiavitù, parola dimenticata che rimanda i più ad epoche lontane e luoghi esotici. Evocando, magari, navi seicentesche con a bordo uomini incatenati. Anche oggi, benché in posti lontani – almeno fino ad ora, persistono situazioni in cui le conquiste sociali sono assimilabili alla fantascienza e in cui la parola schiavitù ha un risvolto effettivo. È il caso, ad esempio, del Bangladesh che versa in condizioni politiche piuttosto turbolente e in cui le ultime controverse elezioni sembrano confermare il partito di Sheikh Hasina ed una economia che, seppure in crescita, non vuole proprio guardare ad un aumento dei salari dei lavoratori tessili.

Non solo la politica ma anche e soprattutto l’assetto sociale del Bangladesh gioca a sfavore di quella martoriata categoria di operai poiché, inutile negarlo, una società in cui ancora persistono le caste – limitatamente, è vero, all’etnia indù – e dove la popolazione rurale, per lo più musulmana, versa nelle condizioni in cui, benché fuori legge, si combinano matrimoni tra minorenni risulta essere il terreno migliore nel quale seminare e coltivare il germe dello sfruttamento. E in Bangladesh sono proprio i soggetti, spesso di minore età, appartenenti alle caste più basse o addirittura intoccabili oppure ancora provenienti dai contesti rurali musulmani ad essere impiegati nel settore tessile. Arrivano così i grandi marchi, i grandi business, i grandi profitti. Ma anche la poca voglia di adeguarsi ai giusti canoni delle tutele sociali e ci troviamo, quindi, difronte ad operai sfruttati, sottopagati e costretti a lavorare in condizioni di sicurezza pressoché nulle. Miracoli del liberismo globale, della legge dei mercati. Miracoli occidentali, i cui risvolti li pagano più spesso e in maniera più evidente proprio quei popoli lontani i cui governi – spesso fantocci o del tutto sostenuti altrove – non hanno alcun interesse a garantire i benché minimi diritti e dove, appunto, le stratificazioni sociali restano un inestinguibile fardello.

Oggi perciò a Dacca è un altro giorno di proteste, proprio perché le condizioni di lavoro – per non dire, appunto sfruttamento – sono arrivate al limite. Così, in quest’ultima settimana, 50.000 fra uomini e donne sono usciti dalle fabbriche per scioperare e già si contano i morti e i feriti. È l’immagine, quella appena descritta, di un mondo sempre più polarizzato in cui effettivamente, senza scomodare Marx e altri pensatori, la distribuzione del benessere economico è palesemente sempre meno equa. Lo si vede ad occhio nudo. Tuttavia, se da una parte le vittime più evidenti di questa globalizzazione sono questi nuovi schiavi, dall’altra anche chi usufruisce del frutto di quel lavoro è sempre più penalizzato (nel suo consumismo ormai congenito) dalla scarsa qualità di prodotti dozzinali, spesso tossici, brutti. Sì, brutti! Perché il mondo, per come lo disegnano i “globalisti” a tutto spiano, oltre che iniquo sta diventando anche brutto, omologato, a senso unico nel gusto e nell’espressione.

Attenzione, dunque: la responsabilità morale di una tale situazione di schiavitù in molti Paesi del mondo è anche di chi, volto noto o meno, predica bene nell’ostentare umanità verso i migranti in mare ma razzola molto male nel difendere a spada tratta un sistema che spesso è all’origine, insieme alle condizioni sociali e culturali di certi Paesi, dell’attuale spinta migratoria. Quel famoso “aiutiamoli a casa loro” – che oggi sembra quasi una bestemmia – se pronunciata con raziocinio vuol dire proprio questo: proviamo, per esempio, ad aiutare il Bangladesh chiedendo alle tante grandi aziende di casa nostra, con il nostro comportamento d’acquisto, di non assecondare una produzione a basso costo e zero diritti e di sacrificare quel poco di profitto necessario a garantire una dignità umana, prima che sociale, ai tanti schiavi del nuovo millennio. Probabilmente non basterà ed è sicuramente una battaglia difficile, è vero. Ma è senz’altro una battaglia di autentica civiltà.