Si sono svolti e conclusi a Tarragona, l’antica Tarraco romana, i Giochi Mediterranei del 2018. Una città da sempre punto di incontro fra civiltà, dagli autoctoni Iberi fino ai navigatori Greci, torna protagonista grazie a questa manifestazione ginnica, purtroppo oscurata dai mondiali di calcio in Russia. Il medagliere dell’Italia gronda e pesa d’orgoglio – 156 medaglie fra cui 56 d’oro, 55 d’argento e 45 di bronzo – ma ciò che ha suscitato più interesse e curiosità è stata la formazione vincitrice della staffetta 4×400: Maria Benedicta Chigbolu, nata a Roma e cresciuta a Torrevecchia, figlia di un nigeriano e di una romana. Libania Grenot, nata a Santiago di Cuba e cittadina italiana dal 2008, successivamente al matrimonio. Ayomide Folorunso, nata ad Abeokuta in Nigeria ma trasferitasi giovanissima con i genitori a Fidenza in Provincia di Parma. Raphaela Lukudo, nata ad Aversa in provincia di Caserta da genitori sudanesi e successivamente trasferitasi a Modena.

Molte sono le voci sollevatesi in seguito alla vittoria italiana. Il punto ha una sua logica, ma non giustificabile in quanto ottuso e troppo semplicistico; sarebbe ancor più logico capire cosa rende gli italiani, siano essi indigeni o novelli, tali. Una meritata vittoria agonistica diventa così teatro di battaglia politica.  Eppure dobbiamo rispolverare qualche cippo: l’Italia è per sua natura storica e geografica un paese etnicamente vario e pur avendo coltivato anche culture differenti – si pensi al banale divario fra Sud Tirolo e Sicilia – dovrebbe, almeno in teoria, riconoscersi in un’unica realtà nazionale, una cultura solida e compatta, formata da una serie di aspetti eterogenei ma facilmente intersecabili. Il nodo è la latenza di identità – la costituzione? La legge? Evidentemente non bastano – e più europeisticamente parlando, un piano chiaro e rodato su come integrare nella società elementi che etnicamente e culturalmente – ecco il grande controsenso – appaiono sempre distanti. Senza andare a scomodare i già noti oriundi, dobbiamo capire perché queste ragazze sono più italiane che africane. Non sappiamo che educazione hanno ricevuto e a che modelli si rifanno, quanto conoscono la storia nazionale e che progetti hanno per loro in questa e per questa Patria, quel che appare limpida è la cittadinanza e il loro amore per l’atletica, lo spirito di far trionfare una casacca e una bandiera, il che non può che renderci tutti fieri, aldilà delle partigianerie ideologiche e politiche.

Certo, questo lieto evento sportivo non dovrebbe giustificare una africanizzazione della nostra struttura sportiva – solo uno sciocco non riconoscerebbe nella genia africana una generale predilezione fisica per certe attività ginniche – tuttavia non possiamo perdere di vista una sfida che, nolente o volente, tocca affrontare. Dobbiamo riconoscere nel Mediterraneo e nei paesi partecipanti ai giuochi, una identità policroma e poliforme che abbatta la grigia e standardizzante multiculturalità tanto apprezzata dagli araldi della globalizzazione. Le razze (perdonateci l’uso di questa parola!) sono le cariatidi e i telamoni delle grandi civiltà, sono linfa di una struttura sociale e culturale che, utopisticamente, non dovrebbe essere ghettizzabile. Una cultura con una visione innalzata dalle volontà di numerosi popoli, questo fu il Mediterraneo, questa fu l’Italia. Ancora oggi l’atletica, fortunatamente, riesce a fugare ogni dubbio su qual è il topos principale di noi, genti del Mare Nostrum: nessuna paura per le razze, ma certezza di una via culturale di dominio collettivo e inclusivo.