È di poche ore fa l’ufficializzazione di un accordo stretto dall’asse franco-tedesco. Fredda, lancinante è la conferma che giunge dalle colonne della Frankfurter Allgemeine Zeitung, la quale ci conferma delle quattro pagine siglate qualche giorno addietro, rispettivamente dai ministri delle Finanze Olaf Scholz per la Germania e Bruno Le Maire per la Francia. Ma a tracciare la linea, come da triste consuetudine, è stata nuovamente la Germania, la vecchia bestia roboante, il surriscaldato motore (ora in aperta crisi) dell’Ue, nonché futura orfana della sua adamantina cancelliera. Questo accordo sull’eurobudget, firmato dai due paesi de facto padroni dell’Unione, fisserebbe le disposizioni e le libertà di trattativa con i ministri delle economie limitrofe, quelle dei paesi vassalli, evidentemente troppo beoni e smemorati per anche solo intuire o comprendere la gravità di una simile combutta. Volendo parafrasare le parole dell’economista tedesco Wolfgang Streeck, le riforme strutturali per “snellire e modernizzare”, tornano ad apparire più come lugubri manovre per affamare e vessare. Con feroce brutalità, diverrebbero una plateale estorsione, un vile ricatto degno dei peggiori allibratori, una violenza materiale e psicologica alla quale forse neppure l’infame Walther Funk sarebbe mai giunto.

E quindi, per poter anche solo elemosinare i soldi alla Ue, diverrebbe inevitabile passare per quelle riforme – previste nelle pianificazioni semestrali – che smantellerebbero ulteriormente lo stato sociale, i diritti conquistati in anni di lotte sindacali e la vitale importanza dell’ente pubblico, il tutto a completo vantaggio delle entità private transnazionali. Corruzione? Mafie? Diffusa inefficienza? Ma che gli frega al nuovo asse Berlino-Parigi! L’importante è richiamare l’attenzione dei mercati, far capire che dove si “riforma” il capitale finanziario può ingrassare indisturbato, comprando, smembrando e delocalizzando: vi dice nulla il caso greco? A poco servono quindi le pseudo rassicurazioni su come finanziare questo eurobudget. Si è parlato di tobin tax, di fondo Ue Invest – il successore del fondo Juncker – e di fumosi contributi dai bilanci dell’Unione, i quali integrerebbero l’intero pacchetto previsto da questo terrificante accordo. Ad oggi inoltre, secondo quanto riportato dalla testata Der Spiegel, la cifra di questo budget rimarrebbe ignota. Fra le firme ad Aquisgrana del 22 gennaio scorso e il recente accordo, si è anche parlato di come si debbano accumunare alcune regole sull’antitrust, annunciando la virtuale materializzazione di un mostruoso colosso economico all’intero dell’eurozona, capace lui solamente di provare a solcare il mare di squali che è la globalizzazione.

All’inaugurazione dell’anno accademico dell’università Tor Vergata, una flebile luce giunge a Giovanni Tria. L’inquilino di Palazzo Koch, consapevole dei nuovi assetti geopolitici, si è fermamente espresso riguardo alla inconciliabile vetustà dei trattati comunitari, spiegando come il generale rallentamento delle grandi economie delll’eurozona non possa essere adeguatamente gestito senza una revisione delle regole; queste infatti:

“non consentono di tenere conto della mutevolezza delle condizioni economiche, in tal modo impediscono aggiustamenti discrezionali delle politiche finendo con l’agire in direzione pro-ciclica se non strutturalmente deflattiva”

Constatate le oggettive problematiche, questo pericoloso atto di violenza franco-tedesco potrà concretamente imporre l’esecuzione di nuove riforme “lacrime e sangue”? Non serve ricordare come gli stessi governi francesi e tedeschi abbiano sforato l’assurdo 3% ripetutamente, venendo salvati collettivamente dalla procedura d’infrazione e iniziando una lunga stagione di sforamenti. Parafrasando Mario Monti, il patto di stabilità ne uscì a brandelli. Torna così alla mente l’anatema di Mario Draghi: per stare nell’euro, servono profonde riforme strutturali. Siamo pronti a svenderci per sopravvivere? Con questa rinnovata e turpe cooperazione, Macron e Merkel indossano meschinamente le divise degli aguzzini, mentre ai comprati dalla moneta unica rimane l’immeritata umiliazione e il presagio di un degradante futuro, colmo di ambiguità e zone d’ombra.