Fin da bambini viene insegnato che non bisogna fingere. Soprattutto non bisogna fingere che qualcosa ci interessi nel profondo, quando in realtà non ce ne curiamo per nulla. È però anche vero che in politica, machiavellicamente parlando, molto spesso i buoni principi vanno messi da parte, in nome del consenso elettorale. Potrebbero essere queste le considerazioni che Donald Trump fece in piena campagna elettorale, quando decise di abbracciare le istanze dei movimenti pro-vita americani. Dopotutto i voti da qualche parte bisogna pur prenderli e alcuni movimenti bisogna ingraziarseli in qualche modo. Quale modo migliore dunque, per accaparrarsi i voti dei cristiani radicali, di promettere delle politiche anti-abortiste?

A distanza di un anno dalle elezioni, nell’ottobre 2017, vede finalmente la luce un testo di riforma sul tema dell’aborto. Viene presentato alla Camera e viene approvato. Tutti sembrano particolarmente fiduciosi, perfino Trump si sbilancia nel fare pressioni al Senato per la definitiva approvazione. Nella giornata di ieri è arrivata però la bocciatura della proposta. È un male? È un bene? Forse nessuno dei due. Per capirlo dobbiamo sospendere le convinzioni personali, pro o contro aborto che siano, e leggere il testo del Ddl. Le considerazioni che si possono trarre da questo testo non sono per nulla positive: la proposta sembra essere piuttosto priva di contenuti salienti.

Attualmente la legge americana concede di abortire fino alla 24esima settimana dal concepimento. Alla 24esima settimana il feto è fisiologicamente indipendente dalla madre e diviene a tutti gli effetti un essere vivente da rispettare (stando a quello che dicono i più importanti bioeticisti americani). La proposta di legge avrebbe voluto anticipare alla 20esima settimana il limite massimo entro cui abortire. Cosa sarebbe cambiato? Tra la 18esima e la 22esima settimana si forma il sistema nervoso del feto, il quale può percepire il piacere e il dolore. Arretrando di un mese il limite si potrebbe, secondo i fautori di questa corrente, evitare che il feto possa percepire dolore nell’atto di eliminazione.

Così presentata la proposta trumpiana potrebbe sembrare un eccezionale gesto di umanità. La verità però è ben diversa. Una proposta così impostata rischia di cadere in uno stato di neutralità. In altre parole, rischia di diventare una proposta che non è “né carne né pesce“. Anticipando alla 20esima settimana anzitutto non si elimina del tutto la possibilità che il feto possa distintamente percepire dolore, visto che la formazione del sistema nervoso parte fin dalla 18esima. In secondo luogo, non viene presa una posizione netta sull’ontologia del feto. Le possibilità sono due: il feto si può considerare o un agente morale o una semplice cellula. Se si valuta come non fosse una persona, allora diviene legittimo il già esistente aborto al sesto mese. Se invece si considera come fosse una persona, allora si sta autorizzando un omicidio. Nessuno può credere (a parte i vecchi edonisti del settecento) che è la formazione del sistema nervoso, e con lei la capacità di percepire il piacere, a stabilire se una cellula può meritarsi i diritti propri di un essere umano. In ultima istanza, se si ammette la dignità del feto bisogna anticipare il limite ben oltre il quinto mese. In caso contrario, il sesto mese è un limite più che adeguato.

Trump è stato eletto anche grazie ai voti dei cristiani più radicali, la cui unica richiesta era di mettere in atto una politica anti-abortista attenta e puntuale. Purtroppo la proposta di legge è stata scritta in modo pressappochista e per questo è stata giustamente bocciata (anche se, questo va detto, la bocciatura sembra dovuta più a motivi di matrice politica che scientifico-bioetica). Ciò accade quando ci si finge interessati a questioni di cui poco ci importa: si finisce per avanzare proposte lacunose e senza contenuti. Vero Donald?