Vacanze romane. Tuffi, schizzi, spruzzi: non siamo in un parco acquatico, né sul litorale di Ostia o Fregene, ma in pieno centro. Nella Capitale il refrigerio si cerca ovunque: i più romantici e amanti della dolce vita s’immergono nelle fresche acque della fontana di Trevi; per festeggiare le vittorie calcistiche meglio fare un giro sulla Barcaccia di piazza di Spagna o tuffarsi nella vasca della Terrina a Campo de’ Fiori; per il pediluvio di gruppo e il bagno col cane, più comoda e confortevole è la fontana del Gianicolo. Quanto successo nel pomeriggio del 19 agosto non è che l’ultimo di una lunghissima serie di oltraggi ai danni del patrimonio artistico-culturale romano (e italiano!). Due turisti si svestono e s’immergono nelle acque della fontana del Vittoriano, ai piedi del Milite Ignoto. Al diamine il rispetto dell’arte e della sacralità del luogo! Tutto è lecito: l’Altare della Patria si tramuta in null’altro che una lussuosa spa a cielo aperto, con la sua cascata idromassaggio e i pavimenti di marmo. I cellulari degli amici sono pronti a immortalare la vile impresa per renderla epica. Nel loro delirio d’onnipotenza i due turisti si atteggiano in pose statuarie davanti alle telecamere e uno dei due finisce per abbassarsi i boxer e mostrarsi, strafottente, nella sua nudità come un -volgarissimo- Nettuno in pubblica fonte. Uno scempio che sembra cantare, beffardo, “Roma antica città, non ti accorgi di me e non sai che pena mi fai”. Nessuno interviene, le forze dell’ordine non ci sono e nessuno le chiama: tanto meglio farsi un selfie con quei simpatici e temerari turisti, o far finta di niente e accelerare il passo. Imbecillità glorificata e, probabilmente, impunita, visto che i due non sono ancora stati rintracciati dalla polizia.

Gli scempi di Roma, naturalmente, non sono che una parte di un problema ben più ampio che affligge da tempo tutta Italia e che vede come protagonisti non solo turisti: innumerevoli gli esempi di imbratti o incisioni da parte dei vandali su fontane, monumenti e chiese, troppo spesso impuniti. Talvolta arrivano a deturpare addirittura affreschi, come successo alla Crocefissione trecentesca a Vicenza, all’esterno del Tempio di San Lorenzo. In questi casi, il danno è duplice: oltre all’oltraggio all’opera d’arte in sé, vi è la spesa per il restauro e la pulizia della stessa. L’ultimo scempio romano però racchiude in sé tutte le cause che consentono il palesarsi di simili eventi. Il controllo e il monitoraggio dei monumenti e dei beni culturali da parte delle forze dell’ordine è spesso inadeguato e andrebbe potenziato; le pene poi dovrebbero essere più severe e – soprattutto – certe, visto che, a quanto pare, le multe attualmente previste non sono abbastanza salate da essere considerate un valido deterrente. Ma ciò che andrebbe spezzato è il consenso o l’indifferenza che sembrano regnare sovrani nel momento in cui tali atti vengono perpetrati: farsi i selfie e ridere davanti a queste scene raccapriccianti significa accettare, giustificare, condividere gesti e atteggiamenti simili. I vandali, così, non sono altro che imbecilli tra gli imbecilli, incoronati e legittimati dalla folla nel loro momento di gloria. E se parte della folla è imbecille, l’altra -almeno in questo caso- è silente. Facile indignarsi e protestare a fatto compiuto, meno parlare o agire al momento giusto. A piazza Venezia il 19 agosto alle 17.30 c’è una marea di gente, di ogni nazionalità; eppure troppi sembrano non -volersi – accorgere del penoso spettacolo. Nessuno denuncia: chi si dissocia dall’atto osceno si avvolge in un silenzio che dà pena.