Chi non acquista online, oramai? Anche chi scrive queste poche righe, ha da tempo cominciato ad usufruire dei servizi dello shopping telematico. Immediatezza, semplicità di acquisto e l’innegabile comodità del servizio a domicilio, hanno da tempo conquistato le nostre abitudini. Tralasciando gli enormi problemi che questa nuova modalità di acquisto presenta a livello occupazionale e fiscale, è il trattamento riservato ai dipendenti di questo settore economico che oggi vorremmo analizzare. Pochi giorni fa il Washington Post ha riportato una notizia riguardante la nota azienda d’oltreoceano, Amazon. Il colosso americano, dopo l’utilizzo dell’algoritmo per i licenziamenti, ha intrapreso una nuova campagna aziendale – qualcosa che ricorda la coppa Cobram di fantozziana memoria – per aumentare la produttività dei propri centri di smistamento merci. In pratica, sono stati installati dei monitor nei pressi delle postazioni di lavoro che, simulando la grafica di noti videogames, rendono visibile la produttività dei singoli lavoratori.

L’azienda si giustifica adducendo fantomatiche motivazioni, come rendere meno noioso un lavoro ripetitivo o applicare più capillarmente il mantra motivazionale aziendale. Anche se oggi è sempre più frequente imbattersi in soggetti disposti a credere che queste panzane abbiano un fondamento etico, risulterà evidente a tutti i soggetti sani di mente che la decisione di Amazon nasconde – neanche troppo velatamente – la volontà di mettere in competizione i dipendenti con tutto ciò che ne può derivare. Minore spirito di corpo, o di classe se vi piace di più, delazioni, antipatie personali e via discorrendo. L’ennesimo vile atto perpetuato contro la classe lavoratrice, l’ennesimo tentativo di rendere il lavoratore un soggetto passivo e alienato dalla produzione, sempre più macchina, sempre meno uomo.

Questi picchi di mercificazione della professionalità e della dignità dei lavoratori, alle nostre latitudini non sono forse così vistosi, ma è innegabile che un certo tipo di mentalità anglosassone stia sempre più prendendo piede, anche nel nostro mondo lavorativo. Gli schermi con i videogames sono la punta dell’iceberg che nasconde un sempre più presente e incalzante modo anglosassone di intendere il lavoro e la sua morale. Dal facchinaggio, fino ai reparti commerciali delle nostre aziende, assistiamo sempre più spesso alla nascita di schiere di yes man, individui superficiali, gretti, invidiosi e con il profitto come unica molla delle loro azioni. Amazon è la rappresentazione plastica di questo tipo di lavoro, di azienda e di imprenditoria; il mezzo da usare come modello esemplare – data la sua pervasione sociale di cui abbiamo già parlato – per rendere sempre più ineluttabile la fine dello stato sociale e delle sue storiche funzioni etiche.