Paese che vai populismi che trovi, direbbe qualche entusiasta liberale europeista per spiegare, sprezzante, gli ultimi sondaggi del Centro Levada sulla nostalgia dell’URSS che investe il 66% dei cittadini russi intervistati. Percentuale che, stando alla comparazione degli ultimi anni (l’agenzia, infatti, monitora dal Marzo del 1992 il livello di “rimpianto” dei russi), sembra avvicinarsi ai picchi del 2004, quando la Russia soffriva ancora per il post El’cin e i disagi economici e sociali spingevano addirittura il 70% circa degli intervistati a rimpiangere l’Unione Sovietica. Tuttavia, per non incorrere nello stesso frettoloso errore dell’immaginario ma verosimile liberale di cui sopra, toccherebbe porsi alcune domande sul perché di questo ritorno di fiamma e avere, quindi, la lucidità di non giudicare i desideri politici di una popolazione sulla base di schemi ideologici completamente circoscritti al nostro sistema di pensiero.

In sostanza, come spiega lo stesso centro studi che periodicamente pubblica i dati, più della meta dei “nostalgici” contesta alla nuova Russia la distruzione del sistema economico e una larghissima parte di essi continua a vedere nell’URSS una grande potenza mai più eguagliata negli anni successivi. Non è un caso, poi, che molti di loro abbiano oltre i 50 anni: la riforma pensionistica firmata dal governo Medvedev ha infatti posticipato l’età pensionabile, intaccando una legge che sopravviveva sin dai tempi di Stalin. È vero, dunque, che vi è un filo rosso – è il caso di dire – che lega l’Europa dagli Urali fino all’Atlantico ma è da stolti bollare ciò come mero “vento populista”.

È invece, paradossalmente, una naturale propensione dell’uomo evoluto cercare di migliorare le proprie condizioni materiali e contestare gli ostacoli che si interpongono sulla strada di tali migliorie; perciò, bella o brutta che l’Unione Sovietica sia stata – come se poi la Storia fosse giudicabile! – rimane il fatto che tre quarti di un popolo rimpiange il passato e percepisce come peggiorata la propria condizione economica e sociale. Ci troviamo, sostanzialmente, di fronte al fuoco centrale di questi nostri affascinanti anni: l’esperimento consumistico ultra-liberale è fallito ovunque, tra chi lo ha iniziato prima e chi, magari, lo ha portato avanti sempre con un po’ di scetticismo.

Costringere un uomo a lavorare oltre l’età in cui forza e ragione iniziano, giustamente, a vacillare non è progresso ma barbarie; così come avere grosse percentuali di giovani a spasso senza un lavoro e il potere di spesa in calo nonostante gli sforzi lavorativi cui molti si trovano chiamati. Questo vale in Italia quanto in Russia, con tutte le dovute differenze politiche, economiche e culturali: nulla di strano, perciò, sul fronte orientale. Nel frattempo in Occidente si è cantato che il sole non sarebbe mai più sorto ad Est, senza però fare i conti con quel popolo bizzarro e profondamente sveglio che sono i Russi, i quali in fondo continuano a non farsi una ragione del fatto che, forse, avrebbero potuto continuare per chissà quanto tempo a godersi la potenza di un sole che da Oriente, ancora, sarebbe sorto rosso come il fuoco.