Di Donald Trump si possono dire tante cose, ma non che non sia un tipo coerente. Perlomeno su alcuni argomenti. Ad esempio, il clima: la sua ostilità a qualsiasi forma di politica green e la contrarietà ferrea al Trattato di Parigi sono punti d’onore per l’attuale amministrazione, che non perde mai occasione di rimarcare la propria lontananza dal mondo dell’ambientalismo. L’ultima delle trovate poste in essere sul tema dall’amministrazione a stelle e strisce è la proposta (uscita tramite indiscrezioni giornalistiche ma non smentita) di eliminare tutti i vincoli e le norme poste a protezione del Tongass National Park, in Alaska. Tale riserva rappresenta al giorno d’oggi una delle foreste più estese dello stato e la sua tutela è garantita da una serie di provvedimenti governativi e leggi emanati dall’amministrazione Clinton durante i suoi mesi conclusivi nel 2001, con lo scopo di preservare l’area da qualsivoglia forma di sfruttamento o impoverimento ambientale in ragione della sua rilevanza a livello faunistico e botanico.

Tuttavia, the Donald non la pensa come il suo predecessore e la maggioranza degli esseri senzienti di questo pianeta. Il piano trapelato dalla fusoliera dell’AirForce One, dove il presidente ha discusso di questo tema con l’attuale governatore repubblicano dell’Alaska Mike Dunleavy, sembrerebbe prevedere lo sfruttamento totale dell’area mediante il suo sistematico disboscamento per la produzione di legname, oltre al contestuale sfruttamento delle risorse minerarie presenti nell’area con l’apertura di nuove miniere. Un piano degno delle migliori politiche industriali dell’era del carbone (fonte di energia che il presidente promuove nel suo utilizzo a più riprese) e dell’Inghilterra vittoriana, con un accenno di quel tanto famoso fumo di Londra in cui anche Jack lo Squartatore era solito nascondersi. Non c’è che dire, abbastanza romantica come atmosfera. Tuttavia, non bisogna cadere nell’errore di ritenere l’attuale presidente degli Stati Uniti un mero nostalgico dell’era del carbone e del vapore. Le ragioni per cui la Casa Bianca sembra sempre più interessata a sfruttare pesantemente le ricchezze delle zone artiche risiedono soprattutto negli attuali scenari geopolitici.

Non è un mistero, come il tentativo di acquisto della Groenlandia ha dimostrato, che gli USA siano all’affannosa ricerca di un modo per sfruttare in maniera intensiva dal punto di vista commerciale e strategico quel leggendario passaggio a Nord-Ovest che li separa dagli storici nemici (ma a volte diventano amici, dipende dal periodo) russi. La possibilità di fare proprio un punto così nevralgico nei traffici commerciali mondiali rivoluzionerebbe gli attuali scenari geopolitici, rendendo così gli USA la vera potenza egemonica nell’emisfero artico poiché in grado di controllare una rotta commerciale di pari importanza ai canali di Suez e Panama. Ma, oltre ciò, anche la brama di sfruttamento delle risorse energetiche contenute in quella parte di globo rappresenta una molla formidabile per le ambizioni del presidente più cotonato del mondo (è risaputo che fra i ghiacci dell’Alaska vi siano giacimenti immensi di gas naturale e petrolio ancora non sfruttati che, grazie allo scioglimento dei ghiacciai, stanno diventando sempre più accessibili). Di conseguenza, non sarebbe troppo distante dalla realtà ritenere che l’improvvisa voglia di Alaska della Casa Bianca risponda alla necessità di dotarsi di un vero e proprio avamposto produttivo e strategico nel pieno dei ghiacci artici, così da assicurarsi quel vantaggio competitivo nei confronti di Cina e Russia, che continuano a disturbare la rincorsa americana alle terre dei ghiacci del Nord.

Così tutto sembrerebbe rispondere, come sempre, ad un piano ben preciso di the Donald che lui, con la sua coerenza e semplicità, ha enunciato fin dal principio della sua campagna elettorale: make America great again. Ma, come tutti gli uomini d’affari, ha semplicemente omesso di specificare quali costi comporterà la realizzazione di questo piano. Peccato che, alla fine, ogni debito debba essere saldato.