“Conosco la musica, la melodia e la procedura”. Queste le parole di Jean-Claude Junker sulle proteste scatenate dalla proposta sul primo bilancio UE post Brexit, esplicitando quello che, ormai, tutti abbiamo capito: la volontà dei singoli Stati non conta più. Per il presidente della Commissione europea tagliare i fondi all’agricoltura e raddoppiare quelli destinati a immigrazione ed accoglienza, nonché all’Erasmus, è un progetto “equilibrato” e, bisogna dirlo, nell’ottica della società liquida, senza storia e senza ideali, che si sta cercando di costruire, ha decisamente senso. Se poi uniamo questo alla Plastic Tax e alla proposta “ambientalista” di tassare la carne al 25% (perché gli allevamenti “inquinano l’ecosistema”), è evidente chi dovrà pagare per tutta questa “verde liquidità”, che viaggia parallela alle reali cause dell’inquinamento e e delle disuguaglianze senza mai sfiorarle.

Per quanto riguarda agricoltura e migranti, non è altro che il proverbiale “prendere due piccioni con una fava”. Da un lato si alimenta un vero e proprio mercato di manodopera schiavile, utile a rimpiazzare i varchi lasciati aperti da una popolazione sempre più vecchia e con natalità sempre più bassa (senza quindi doversi preoccupare di predisporre risorse per politiche a favore dell’aumento delle nascite), dall’altro si sferra un nuovo colpo, l’ennesimo, alla categoria più refrattaria alla permeazione della società liquida: i contadini. In Italia abbiamo un comparto agroalimentare che, nonostante tutti gli sforzi di demolizione perpetrati dall’esterno, resiste tenacemente. La sua spina dorsale sono i piccoli e medi produttori, per esigenze storiche e geografiche. Parliamo di aziende agricole, spesso a conduzione familiare, che devono affrontare le mille vessazioni di un apparato elefantiaco come la burocrazia italiana, sempre pronta ad ostacolare e mai a semplificare, senza mai dimenticare la trappola della grande distribuzione. Con il suo acquisto al ribasso, quest’ultima forza il produttore ad estendere ed intensificare le coltivazioni, per poter così raggiungere un quantitativo di merce che, sulla bilancia, lo faccia rientrare almeno delle spese, strangolato da banche e debiti e in eterna lotta contro gli agenti atmosferici. Eppure, il contadino resiste al suo posto. Trincerato tra i suoi campi e le sue serre, lui resiste. Mette radici, si aggrappa alla terra perché essa è la sua compagna, la sua fonte di sostentamento, gioia e dolore di anni di fatiche. Il contadino non è come l’operaio, quell’operaio-massa di cui tanto si erano innamorati gli intellettuali del ‘900, che non ha altro che le proprie braccia, e finché esse reggono non importa che abiti a Bergamo o a Busto Arsizio, basta che possa recarsi a Sesto San Giovanni e troverà sempre lavoro. Ingrato, mal pagato, ma pur sempre lavoro. Il contadino no. Non può spostare la vigna, il castagno, i campi arati. È vincolato ad essi. Conosce ogni piega del terreno, ogni fosso, ogni albero da frutto, con una perizia che nessun bracciante occasionale o perito agrario potrà mai eguagliare. E questo è un problema. Perché, in una società che fluttua attorno ai capricci di mercato, formata da milioni di individui sospesi nel proprio solitario malessere, il contadino pianterà semi, metterà radici, crescerà figli a cui trasmettere, nel bene e nel male, i propri valori. E chissà che questi a loro volta non facciano altrettanto, o che, nel vagabondare persi nel mondo, non sentano la nostalgia di casa, e malinconici non ne evochino il ricordo, sussurrandolo al vicino nel buio della notte, instillando insidiosi sospetti…