I residenti di via Gregorio VII hanno avuto uno dei risvegli peggiori della loro vita il 3 aprile, quando al numero 58 hanno dovuto assistere all’affissione di un cartellone di 7 metri per 11, ritraente un feto di 11 settimane, recante la firma della onlus ProVita.

Il manifesto è stato rimosso tre giorni dopo, anche se avrebbe dovuto restare affisso fino al 15 aprile per ricordare il quarantesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge 194, che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia, ma la rabbia e lo sdegno suscitati dai messaggi d’odio veicolati da quel manifesto, come “sei qui perché tua mamma non ti ha abortito!” o falsità pseudoscientifiche prodotte dalla lobby cattolico-patriarcale come “il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento!”, hanno spinto il popolo del web ad agire per chiederne l’immediata rimozione e così è stato.

In un paese liberale e democratico come l’Italia, la cui costituzione più bella del mondo garantisce, tra le tante cose, la libertà di coscienza, di espressione, di informazione e di affissione, la sola presenza di associazioni che si dichiarino a favore della vita è scandalosamente medievale, ma che poi gli si permetta anche di esporre pubblicamente delle realtà scientifiche fastidiose e oscurantiste a quella piccola, ma molto rumorosa, minoranza che sono i liberali del pensiero unico, rasenta la follia.

Ironia a parte, il fatto che il popolo abbia chiesto a gran voce, ed ottenuto, la rimozione del manifesto dietro l’accusa di essere una “esposizione pubblicitaria dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali”, dovrebbe dare adito a riflessioni non di poco conto. Gli stessi che promuovono la censura oltranzista delle campagne provita, ormai espansesi a macchia d’olio in tutto l’Occidente e ovunque ostacolate per gli stessi motivi dalle stesse ideologie, hanno in passato demonizzato il Piano Nazionale di Fertilità elaborato dal ministero della salute del governo Renzi e quel tanto fastidioso Fertility Day, accusato di pubblicizzare messaggi misogini come “La bellezza non ha età, la fertilità sì” ad una nazione che registra un tasso stabile di 1,34 figli per donna (dati Istat, 2016 e 2017) e un’età media del parto di 31,8 anni.

Non è solo un fenomeno italiano quello della censura operata dai gruppi liberali, autocullati nella loro convizione di essere portatori di una presunta superiorità morale ed etica. Negli Stati Uniti, la patria della democrazia contemporanea, non si contano più le proteste indette e gli insulti lanciati contro Donald Trump e la sua agenda provita.

Tornando all’Italia, il nostro è anche quel paese in cui ad ogni occasione di discussione su questioni come identità nazionale, valori fondamentali e progresso, la chiesa cattolica viene accusata di propagandare e instillare sentimenti, messaggi e posizioni retrograde nella popolazione. Nonostante le accuse, ogni grande battaglia di civiltà della sinistra e dei radicali è stata vinta: l’interruzione volontaria di gravidanza, i farmaci contraccettivi, il divorzio, la separazione, le unioni civili, e i segnali indicano che le prossime tappe saranno la riapertura delle case chiuse, la legalizzazione delle droghe leggere, l’eutanasia, il suicidio assistito. Tutto questa pressione esercitata da una presunta lobby vaticana, guardando i fatti, non sembra esserci.

La stessa lobby vaticana non è intervenuta nella questione del cartellone di via Gregorio VII, e le uniche pressioni sono invece provenute dal web, dai media e dalla società civile. La senatrice Monica Cirinnà, autrice del testo sulle unioni civili, è stato uno dei principali volti a guidare la protesta, lanciando l’hashtag #rimozionesubito e chiedendo alla giunta Raggi di indagare sulla vicenda per via dell’incompatibilità del messaggio promosso con le leggi dello stato (volutamente senza con la “s” minuscola). Un ruolo importante è stato anche svolto a livello civile dal movimento Aurelio in Comune, che ha reso pubblica la vicenda, definendo aberrante il manifesto e chiesto un’indagine alla giunta, e da Il Fatto Quotidiano, che non ha mai prodotto tanti articoli come in questi giorni, denunciando l’iniziativa della onlus di sessismo, fascismo, terrorismo psicologico e violenza sulle donne.

Toni Brandi, presidente della onlus ProVita, ha annunciato l’intenzione di fare ricorso contro la rimozione perché basito dal fatto che il ritratto di un feto di 11 settimane possa essere ritenuto lesivo per la società, inoltre, all’associazione non sarebbe stato fornito alcun motivo ufficiale riguardo la rimozione.

Il testo della legge 194 parla chiaro: l’interruzione volontaria di gravidanza non è un diritto legato alle libertà dell’individuo, ma da inquadrare tra i diritti alla salute. I consultori, gli psicologi e i gli operati del Servizio Sanitario Nazionale devono informare coloro che abbiano manifestato intenzione di avvalersi di questo diritto dei rischi e dei pericoli che corrono. Sì, perché di aborto si può anche morire, possono esserci complicazioni per la salute fisica e mentale, ma una pressante retorica a senso unico vorrebbe nascondere queste evidenze e demonizzare chi le rende note.

Lo stesso preambolo della legge 194 ricorda che “lo stato garantisce il diritto alla procreazione […], riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio“.

Qualcuno vorrebbe far credere che si tratti di un grumo di cellule senza vita almeno nel primo trimestre di sviluppo e che, quindi, non si possa equiparare l’aborto ad un omicidio. Eppure, questo grumo di cellule è destinato a dar forma ad un essere umano nell’arco di 9 mesi, perciò è perfettamente legittimo sostenere che non si tratti di un “essere senza vita” ma di una “vita umana al suo inizio”.

Brandi ha ragione quando sostiene che in Italia non c’è più libertà di espressione, ma la verità è un po’ diversa: la libertà di espressione c’è ancora, ma soltanto se la si pensa in un certo modo, tutto il resto è patriarcato.