Piazza dell’Unità a Trieste: una splendida cornice per la celebrazione del 4 novembre 2018, festa delle Forze Armate, dell’Unità nazionale e centenario della vittoria italiana nella Prima guerra mondiale. Ma dov’è la Vittoria? Si fa fatica a trovarla nei bei discorsi del ministro della Difesa Elisabetta Trenta e del nostro illustrissimo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Con le loro parole la più grande Vittoria viene assegnata alla storica scelta dei paesi martoriati dai due conflitti mondiali di condividere il futuro nella Unione Europea, simbolo di pace, concordia, amicizia e collaborazione tra i popoli. I telegiornali ripropongono ed evidenziano questi lieti passi del discorso di Mattarella. Così, accostata a questi scenari radiosi, la vittoria italiana nella Grande Guerra, tanto sudicia di fango e sangue, finisce per essere messa in ombra, svilita.

Siamo d’accordo con il Presidente quando afferma che la guerra fu tremenda e lunga, al di là di ogni immaginazione; che non produsse ricchezza e benessere; che non risolse le controversie tra stati; che sancì il declino del continente europeo a livello mondiale. Che la Grande Guerra fu un evento tragico che sconvolse le coscienze, una guerra totale e di logoramento siamo tutti d’accordo: non vogliamo mitizzare scioccamente un evento storico così complesso (cosa che sembra voler fare, in maniera inversa, Sergio Mattarella). Ma c’è qualcosa che sfugge all’analisi del nostro amatissimo Presidente; una svista, senza dubbio. Una svista che tuttavia pesa in una giornata simile. Eppure c’è anche la piazza col suo bel nome a ricordarglielo, in un urlo silente e inascoltato: Unità. Passi la visione totalmente negativa della Grande Guerra. Fingiamo pure di perdonare quel relegare a una postilla quasi obbligata l’esaltazione dell’eroismo dei nostri soldati al fronte, schiacciata tra l’elogio della pace ritrovata con l’UE e le missioni di pace delle Nazioni Unite.

Nell’illuminante lezione di storia contemporanea manca un dettaglio: l’Italia, prima dalla Prima Guerra Mondiale non era nazione, e non solo perché non era stata raggiunta la completa unità territoriale. Era un paese giovane, senza coscienza di sé: gli stati preunitari erano tenuti insieme dalla sola unità politica. S’era fatta l’Italia col Risorgimento e nel 1915 ancora non s’erano fatti gli italiani. Nelle trincee arrivarono siciliani e lombardi, pugliesi e piemontesi, toscani e sardi…E fu combattendo fianco a fianco, con la stessa divisa e per la stessa bandiera che iniziarono a farsi italiani. Furono le trincee il primo grande laboratorio linguistico d’Italia: qui molti soldati, analfabeti e semianalfabeti, lontani dai paesi d’origine e con il dialetto come sola lingua madre, circondati da connazionali di diversa provenienza, iniziarono a parlare anche l’italiano. Fu nella difficoltà e negli orrori della guerra e nella seguente vittoria che l’Italia iniziò a diventare Patria e gli italiani popolo; fu l’inizio di un processo mai concluso. «Dopo Caporetto la patria mi tornò amata nel cuore. Forse non era mai stata amata prima di allora. Perché non dirlo?» scriveva Arturo Stanghellini. Perché non dirlo? In occasioni come il 4 novembre, oltre ai bei discorsi -per lo più ipocriti e costruiti- su pace, amore e fratellanza, dovremmo ricordarci anche di questo. Perché prima di essere europei, siamo italiani. Per il prossimo discorso se lo ricordi, Presidente: non ce ne dobbiamo vergognare.