Gli incubi su tela di Zdzisław Beksiński: surreali, catastrofici, oscuri, sinistri.

Vorrei dipingere in modo tale da fotografare i sogni.

Non li amo, ma mi hanno incuriosito, mi hanno attirato, mi hanno afferrato e trascinato nolente verso la dimensione angoscia. E la vita dell’artista polacco, misteriosa e cupa, rispecchia l’inquietudine della sua opera.

Zdzisław nasce nel 1929 a Sanok, alla pendici dei Carpazi, quando nelle foreste dell’Europa orientale i lupi sono ancora a caccia.

Sceglie la sua strada, diviene fotografo, pioniere e sperimentatore dello scatto. Ma i suoi non sono lavori facili; sono fotografie del dolore, disturbanti: volti celati da bende insanguinate, mutilazioni, lande desolate, bambole rotte. Sono immagini impressionanti e macabre che si scontrano con la personalità dell’artista, ricordato per essere uomo dotato di grande sense of humour. Una persona solare. Il sole del suo carattere che si scontra con la luna delle sue visioni materializzate su pellicola e successivamente su tela. Beksiński alla luce del giorno contrapposto al Beksiński nel buio delle tenebre: è il paradosso uomo-artista evidenziato dalla profonda inquietudine delle sue opere.

Presto cambia lo strumento della ricerca e dell’espressione, si mette a dipingere. Nel 1971, la svolta, drammatica.

Avviso ai naviganti dell’universo onirico: in queste breve viaggio negli inferni di Beksiński gocce di leggenda densa e nera cadono nel vaso della verità, e la verità cambia colore e si coagula in una tela di destini enigmatici, profondi, surreali, assassini.

Input dell’immaginazione – flash del momento biografico X: Inverno profondo, mattina presto, cielo nero-blu-grigio, la campagna polacca è piatta ed ibernata, una berlina verde Polski Fiat 125p con i fanchi schizzati di fango borbotta solitaria sulla strada lucida di ghiaccio, dentro l’abitacolo un uomo miope infagottato da cappotto cappello sciarpa guanti e con il vapore del suo fiato passa gnik gnik lo straccio umido sul vetro appannato, non si vede un cazzo, il passaggio livello non è custodito, non c’è segnaletica, nessun avviso acustico, la Polski Fiat verde sale sui binari del treno, fatalità!, bastavano cinque secondi prima o cinque secondi dopo, invece, disastro!, il lungo treno merci perfora l’inverno, la grande locomotiva in tonnellate d’acciaio lanciate a massima velocità investe la scatoletta, l’uomo al volante centrifuga dentro la latta compressa, il macchinista non può far nulla, non ha visto nulla, realizza la tragedia solo dopo qualche istante, dopo il rumore assordante stridente improvviso di lamiere che s’accartocciano violentemente, dopo la tempesta di lunghe larghe scintille in scia sulle rotaie, dopo essersi rotto il mento sul quadro degli strumenti spaccato in frantumi affilati.

Zdzisław Beksiński non sarà più lo stesso. Il suo coma dura tre settimane. Non è un oblio quieto. Apre gli occhi di scatto sul mondo dei vivi, attorno a lui, un’infermiera, un dottore occhialuto, la moglie Zofia in lacrime di gioia, il figlio Tomasz anche. Ma quegli occhi hanno un’espressione diversa.

Zdzisław, mój kochany, co widziałeś?– Zdzisław, amore mio, cos’hai visto?

Ho visto l’inferno, sono stato all’inferno…

Da quel giorno tutta la sua arte cambia, come risucchiata da un gorgo di terrore e ispirata da incubi terrificanti.

Nel suo studio, il pittore è chino su un tavolo, dipinge sulla tela appoggiata orizzontalmente, nell’aria note di musica classica; Mozart, ma non opere allegre, no, sul giradischi gira il Requiem.

Dietro le lenti degli occhiali dalla spessa montatura, gli occhi si spalancano a guardare a lungo l’abisso, e l’abisso gli guarda dentro. Il pennello si muove rapido, compulsivo, agitato da altre forze invisibili. Prende forma e colore una figura umanoide, anoressica, gracile, gambe e braccia come zampe gracili secche, un ex-essere umano diventato insetto, dal volto coperto da una benda sporca di sangue fresco e dietro il rogo metropolitano, la distruzione della civiltà, le fiamme che consumano il nostro tempo moderno, l’oggi che brucia. La Distruzione, come quella desiderata dal nostro maledetto demone minore Dante Virgili, evocatore di funghi atomici.

L’Apocalisse.

Devo… io devo dipingere quello che ho visto… io devo dipingere l’inferno, per non impazzire.

La considerazione nazionale ed internazionale per l’artista cresce. Le sue visioni spaventano ma sono ammirate allo stesso tempo. Mostre, vendite, critiche positive. Zdzisław decide di trasferirsi nella capitale. Prima di abbandonare la piccola e tranquilla Sanok per Varsavia, brucia un gran numero di sue vecchie opere.

Sono i giorni del successo. Un sogno. Il sogno perde nitidiezza, sfuma, si fa sfocato, entrano nuove immagini di tenebra, nuovi colori aggressivi, il sogno svanisce, ora è lo spazio dell’incubo. Deliri cosmici. Orri assoluti alla H.P. Lovecraft. Sono le montagne della follia di Zdzisław BeksińskiBloody, bloody mountain.

Nel 1998 la moglie  Zofia muore. L’anno successivo il figlio Tomasz, noto giornalista musicale e presentatore radio, si suicida durante la notte di Natale. Il pittore cade in profonda depressione. Si chiude ermeticamente in se stesso. Con lui, solo il maggiordomo. Un giorno il figlio del maggiordomo gli chiede in prestito un centinaio di zotly, circa 20 euro. Il vecchio artista glieli nega. Il figlio del maggiordomo torna con un suo amico. Massacrano il vecchio artista con i coltelli, diciassette le pugnalate.

Zdzisław Beksiński non ha mai dato un titolo ai propri quadri.