Renè Magritte è uno di quegli artisti che non lasciano mai indifferente lo spettatore delle loro opere. Le immagini partorite dalla mente di questo pittore di origine belga si presentano come un continuo “affronto” alla realtà ed al senso comune: situazioni impossibili, paradossali, catturano l’immaginazione, creando meraviglia e una sensazione di persistente inquietudine. L’estetica dei quadri di Magritte è finalizzata alla resa di un contenuto il cui il significato non va ricercato ad un livello simbolico, come se fosse una metafora. Magritte ha sempre rifiutato l’etichetta di simbolista, per lui infatti: “La gente che cerca significati simbolici è incapace di cogliere la poesia e il mistero intrinseci all’immagine. Certo lo sente, questo mistero, ma vuole liberarsene. Ha paura. Chiedendo ‘che cosa significa?’ esprime il desiderio che tutto sia conoscibile.”

Si potrebbe quindi pensare che l’opera di Magritte sia qualcosa di superficiale e autoreferenziale, ma si commetterebbe un grande errore. La potenza estetica di Magritte non va a toccare un piano semplicemente concettuale, ma si spinge ancora più in profondità: la sua è una pittura indirizzata all’inconscio, alla psiche. Uno stile insieme psicologico e filosofico, nel momento in cui l’opera suscita istintivamente una domanda, la quale però, non trovando una risposta altrettanto immediata, genera dubbio ed inquietudine. Ed è proprio questo lo scopo di un artista del mistero come Magritte: generare dubbio, sgretolare le certezze riposte in ciò che appare, togliere alla realtà il suo carattere di certezza sempre data per scontata.

Non siamo quindi di fronte ad un simbolismo, quanto piuttosto ad un surrealismo, alla ricerca di una contraddizione e di un paradosso. Ciò che viene valorizzato non è mai la risposta, ma la  domanda stessa che si è voluto stimolare. E’ una pittura del sensazionale, estremamente emotiva, ma che non scade mai in una mera espressione dell’interiorità dell’artista. Il linguaggio di Magritte è un linguaggio universale, che interroga chiunque allo stesso modo, pur facendo suscitare reazioni diverse e magari contrastanti in chi osserva. In questo senso allora il vero mistero sta nell’occhio di chi guarda, come pare dirci lo stesso autore in un capolavoro chiave come Le faux miroir del 1929. La realtà non è mai qualcosa di oggettivo che si impone in maniera autoritaria, essa è sempre filtrata dal soggetto, sia da un punto di vista visivo che da uno psicologico. L’occhio non si limita a riflettere qualcosa, ma al contrario è costantemente all’opera: esso non può esimersi dal trasformare, plasmare ciò che per semplicità definiamo “realtà”.

 Il surreale evocato da Magritte ha dunque la capacità di porsi come dubbio iperbolico, domanda che per assurdo riesce a cogliere molto più di quanto riesca a fare la maggior parte dei tentativi di aderire al reale. E’ questo il caso di Golconda del 1953, in cui il dubbio riguarda la moderna società borghese, dipinta come un insieme di individui fluttuanti e senza radici, slegati fra loro, totalmente indifferenti alla piatta realtà che li circonda. Questa immagine onirica suscita un’inquietudine degna dei migliori maestri del  mistero e della fantascienza, è irreale, ma al tempo stesso ci fa sentire immediatamente coinvolti e arricchiti di domande su quello che stiamo vedendo: infondo non è così che ci sentiamo quando camminiamo per strada? Estranei gli uni agli altri, individui persi nei propri interessi. Siamo davvero sicuri che questa sia “la migliore società possibile”? Siamo davvero sicuri  sia un’autentica società?

Nel nostro mondo fatto di continue pretese di oggettività, in cui la politica non fa che ripetere che non ci sono alternative al suo operato, che aldilà dell’attuale sistema di cose c’è il baratro, come quando si affermava che la terra fosse piatta e che aldilà delle nostre “certezze” ci avrebbe atteso l’abisso, il dubbio iperbolico è fuori posto, costantemente condannato. Nell’era dell’informazione mediatica è infatti relativamente semplice creare in una grande massa di spettatori l’illusione di avere in pugno la verità definitiva su un determinato fatto, le domande vanno sempre ridotte al minimo, la risposta è sempre pronta e conclusiva, non vi è spazio per l’incertezza (salvo magari dover poi ritrattare tutto, come è stato ad esempio nel caso dell’utilizzo di armi chimiche in Siria).

Ecco allora che il surrealismo percorre la direzione inversa, facendo calare un velo di mistero su tutto ciò che crediamo di vedere e di sapere. L’intero cammino artistico di Magritte non è infondo che lo sviluppo di un’unica tesi per assurdo, che cioè nella “realtà” ci sia di nostro anche più di quanto della realtà stessa sia in noi. Tutto ciò che vediamo o che ci viene fatto vedere è in effetti una rappresentazione, che in quanto tale, oltre a pagare dazio in termini di meccanismo sensoriale, si fa carico anche della nostra situazione emotiva ed inconscia. Improvvisamente allora una pipa non è più una pipa, ma diviene una rappresentazione della pipa stessa (La Trahison des images,1929).

Nella visione artistica di Magritte tutto si fa mistero e l’uomo è al centro di questo mistero inestricabile. La potenza del pensiero diventa allora la più grande forza a nostra disposizione anzitutto per mettere in discussione la verità attuale, ma anche e soprattutto per immaginare e quindi realizzare un cambiamento.