La parola avanguardia, sorta nel linguaggio militare per indicare un reparto che precede, esplora, va avanti, nella seconda metà dell’800 ha assunto un significato politico nell’ambito delle correnti rivoluzionarie del movimento operaio. Dall’avanguardia politica sono derivati, alla fine del XIX secolo, quei movimenti artistici e letterari che si proponevano in totale rottura con la tradizione e per un’espressione artistica con prospettive rivoluzionarie. L’avanguardia (simbolismo, espressionismo, futurismo, dadaismo, surrealismo, cubismo, Majakovskij, Pound, Eliot, Joyce, nouveau roman…) ha riguardato stagioni di straordinaria vitalità intellettuale e politica, una visione energetica del mondo, una tensione alla trasformazione profonda dei rapporti sociali, delle forme del potere, dei costumi, della vita. L’avanguardia ha operato come esperienza d’esplorazione e di preparazione, con un’estetica che voleva manifestare la presenza della storia concreta contro il passato. S’afferma così il valore progressista dell’arte come sperimentazione, conoscenza, affinamento dei sensi, accrescimento della vitalità.

La neovanguardia nelle arti

Nella turbolenza creativa degli anni 60 e 70 del 900 viene ripresa l’idea d’avanguardia. Nel campo delle arti visive nascono e si diffondono l’Arte Concettuale, l’Informale, l’Arte Povera, la Land Art, la Body Art. In letteratura si riuniscono gli scrittori e i critici del Gruppo 63, che operano in una interdipendenza fra pensiero critico e azione espressiva. In musica fioriscono le sperimentazioni di Berio, Nono, Maderna. Il Living Theater con la sua azione teatrale mostra come, nella società dello spettacolo, ogni prodotto sia merce-spettacolo. Questo ritorno dell’avanguardia vuole riaffermare una pratica dell’arte come potenziamento della realtà quotidiana concreta, come comunicazione con l’ignoto, il non familiare.

Gruppo 63

Gruppo 63

L’esperienza d’avanguardia viene vissuta come avventura ( “ad-ventura”, cioè “cose che accadranno”; impresa rischiosa e affascinante per ciò che promette di fuori del comune, d’insolito; tensione verso il futuro; vicenda straordinaria, emozionante) che si svolge in un approfondimento emotivo e psicologico. Avventura dello sguardo (guardare più intensamente), della parola, del costruire. I narratori-poeti della neoavanguardia del Gruppo 63 creano un linguaggio diverso da quello della comunicazione quotidiana, in cui s’è rotto il rapporto fra le parole e le cose che si nascondono dietro le apparenze, un linguaggio capace di darsi come coscienza critica del presente. Queste neoavanguardie praticano un’estetica della contraddizione e del disordine, si propongono una purificazione dei sensi dagli elementi guasti che li ammorbano, vogliono misurarsi con il nuovo panorama oggettuale e umano industriale, con il male oscuro del neocapitalismo, con la degradazione dei significati. Vogliono, della realtà, recuperare la sua energia creatrice; fare i conti da vicino con l’inconscio. Affermare che il Bello è ciò che accresce la nostra vitalità.

Scrive Germano Celant, teorico dell’Arte Povera (formatasi tra il 1964 e ill ’66, la prima mostra collettiva è a Genova nel 1967):

[negli anni 60] la ribellione sociale e sessuale, arricchita di contributi filosofici che vanno da Herbert Marcuse a Norman O. Brown, mette in chiaro il potere energetico di desideri, di rifiuti e sconfinamenti che l’arte immediatamente registra e fa suo

Storia e attualità, barbaro e raffinato, cose e concetti, simulacro e reale, naturale e artificiale, forma e informe, si mescolano. Interessa il conflitto come molla della storia. La ricerca creativa, proiettata al futuro, consta di rovine storiche impregnate di memoria, ha il senso dell’enorme complessità della storia. Gli artisti dell’Arte Povera (Kounellis, Pistoletto, Pascali, Boetti, Fabro, Merz…) si sono mossi dialetticamente con le contraddizioni del loro contesto storico. L’opera è concepita come evento capace di sollecitare piaceri e inquietudini, cosa vivente inserita in ogni possibile spazio, cantieri, strade, case, musei, piazze. Viene usato qualunque tipo di materiale e di forma: tubi fluorescenti, ghiacci, numeri, giornali, stracci, specchi in cui scorrevano le immagini della vita, ragnatele di rame e nylon, legni e cotoni, corde e fogli di metallo, registratori, lampade, date impresse su superfici, che acquistano bellezza col trascorrere del tempo, fotografie come doppio e specchio del reale. Si sperimenta la ricomposizione del dualismo di sfacelo e bellezza. Disseminare tracce che danno presenza a ciò che è assente. Dare concretezza all’energia di una torsione, all’intimo della vita, ai palpiti della carnalità cromatica e figurale. Mostrare le possibilità di rigenerazione della materia, indagare tutte le sue possibilità espressive. Queste sono le forme d’esplorazione che vengono praticate.

Michelangelo Pistoletto

Michelangelo Pistoletto

Gli artisti della Body Art, scrive Lea Vergine, cercano l’uomo-umano non castrato dal funzionalismo della società, l’uomo che sfugge al concetto di profitto; operano sulla corporeità come campo di energie. Il performer-artista vede il proprio corpo come il soggetto e l’oggetto d’una ricerca. La performance, a cui è propria l’esposizione del corpo, è “situazione aperta” registrata dalla macchina fotografica o dalla telecamera. Il body artist (es. gruppo Fluxus) sperimenta identità mutanti per reinventarsi fuori dai modelli diffusi dal sistema, che vuole il corpo costantemente “on stage” nel mercato. Il corpo è veicolo della protesta. Diverse performer (Eleanor Antin, Orlan, Regina José Galindo, Marina Abramovic…) hanno messo in scena la violenza a cui viene sottoposto il corpo femminile. Altri hanno inscenato una condanna degli stereotipi di una società che emargina i meno omologati. Mascheramenti provocatori, azioni per misurare i limiti del corpo o per evidenziare la contraddizione fra il rafforzamento medico-tecnologico del corpo e la sua crescente insicurezza e fragilità psicologica. Le operazioni perturbanti (atti di autolesionismo, di Vito Acconci, Chris Burden, Gina Pane) vogliono mettere in questione il proprio e l’altrui autocontrollo o la capacità d’empatia. Altri performer affermano l’idea d’un corpo sociale che dà vita all’opera d’arte, con gesti e azioni, praticando un’estetica relazionale. Pistoletto, ad es. s’è dedicato a “quadri specchianti” in cui si trova incluso l’osservatore. Lygia Pape ha inventato nel 1968 un abito collettivo, che più persone potessero usare contemporaneamente, infilando la testa in una serie d’aperture.

Avanguardia politica

Nei decenni 60 e 70 rinasce un’esperienza teorico-pratica d’avanguardia nel campo del marxismo critico, per rinnovare gli strumenti d’analisi e d’intervento politico rispetto alle passate esperienze terzinternazionaliste. Il 1961 è l’anno di fondazione dei Quaderni Rossi, rivista impegnata nell’analisi dello sviluppo capitalistico e della composizione della classe operaia e proletaria. Viene indagato l’operaio-massa, protagonista a Torino della rivolta di piazza Statuto del’62 e del primo sciopero spontaneo di massa a Porto Marghera del ‘63, espressione potente dell’autonomia operaia nelle città industriali e protagonista delle lotte narrate in Vogliamo tutto di Balestrini. Viene usata l’inchiesta come conoscenza che trasforma il marxismo della “rude razza pagana”, fondato sul metodo sperimentale. Emerge l’estraneità della classe operaia, che sperimenta una razionalità opposta a quella capitalistica (es. autogestire la salute in fabbrica: sottrarre tempo di vita e di godimento al lavoro).

Nel 1964 esce Classe Operaia. Poi i Quaderni piacentini e altre riviste. Vengono indagate le forme di dominio e organizzazione del consenso del tardo capitalismo, di quella che Debord chiamava “società dello spettacolo”, in cui lo spettacolo è un rapporto sociale fra persone, mediato dalle immagini. Si studia l’unidimensionalità capitalistica del sistema. Vengono messi in evidenza il ruolo della lotta operaia come motore dello sviluppo e i poli della struttura economica e sociale: da un lato l’oggettività delle trasformazioni capitalistiche e dall’altro la soggettività proletaria che vuole ricchezza sociale e libertà, autodeterminazione. E’ la lotta incessante fra lavoro e capitale che spiega i movimenti del capitale. Il soggetto della storia è la classe operaia, non il popolo. La catena si spezzerà non dove il capitale è più debole, ma dove la classe operaia è più forte.

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Sulla base della funzione operaia produttiva di civiltà, dentro e fuori il rapporto capitalistico, per valorizzare la forza-invenzione del lavoro, nascono movimenti d’avanguardia extraparlamentari, però spesso legati elettoralmente al PCI. Tali avanguardie politiche praticano il rifiuto d’una politica in termini d’interesse (non concerne i fini, ma solo il calcolo e l’assegnazione dei mezzi volti a soddisfare interessi dati), per una politica in termini d’identità collettiva, che ha il ruolo di generare coesione solidale e appartenenza, una politica che ha a che vedere con i fini, funziona fornendo risposte collettive a domande del tipo “chi siamo?”. Tale politica intende definire e interpretare gli interessi sulla base dell’identità collettiva generata, dato che un interesse ha senso solo se ne è definita un’interpretazione condivisa in una comunità. Gli interessi non sono dati, ma definiti e interpretati collettivamente. Si parte dal principio che sociali sono i beni il cui valore è condiviso da una comunità di cooperanti per il mutuo vantaggio, di riconoscitori e valutanti. I beni sociali (es. merito scientifico) sono identificabili grazie a significati condivisi entro una forma di vita.

Le avanguardie evidenziano l’attualità del bisogno di comunismo, avvertito nella comunità del lavoro e del desiderio fra individui dotati di razionale competenza dialogica per condividere un’interpretazione del loro essere comunità. Le lotte e le conquiste degli anni 70 hanno seguito le linee desideranti che cercavano il varco, l’apertura al futuro. Distruzione e liberazione. Rompere l’alienazione dei sensi e ristabilirne la forza cognitiva e creativa. Socializzazione, irriducibile al comando capitalistico, dei rapporti di produzione. Il ciclo di lotte diffuse degli anni 70 ha evidenziato che il conflitto ricco e produttivo è fonte di progresso. Il conflitto fra opposte concezioni di che cos’è società, fra opposte definizioni di interessi comuni (regole per la competizione di tutti contro tutti o beni che generano e rafforzano fiducia e lealtà civile per la cooperazione produttiva). Il processo storico di liberazione umana agisce dialetticamente fra differenze inconciliabili.

Per una nuova avanguardia nel mondo postmoderno

Il valore, l’intensità, l’istanza forte di modernità delle esperienze di neoavanguardia degli anni 60 e 70 possono essere oggi meglio colti alla luce della realtà degli anni 80 e seguenti, la realtà del post-moderno, in cui finisce la storia come progresso: niente è più antagonistico, tutto è plurale, sotto il dominio unico del mercato sui modi d’essere e di sentire. Il potere postmoderno fa dell’immagine e dell’immaginario il proprio motore, plasma le generazioni dell’incertezza, della flessibilità, della precarietà, in un’erranza che non libera, senza stabili punti di riferimento, in un relativismo di tante, deboli verità fungibili. Le esistenze sono percepite come immagini. È l’epoca dell’immagine, dell’apparenza, dell’effimero, della morte dell’immaginazione, della visione creatrice, sostituita da una convenzionale e inerte visività. Tutto si muove sulla superficie, senza scopo, senza fondamento in una rete senza centro. La velocità d’informazione crea condizioni percettive in cui l’immagine prende forma solo nella comunicazione rapida ed effimera, è senza sostanza, si fa piatta e superficiale per essere veicolata da tv e riviste (lo testimoniava già la Pop Art).

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Carlo Carrà – I funerali dell’anarchico Galli

L’arte è condannata a una luccicante impotenza. Non è più possibile dare alla vita un senso di simmetria, un ordine armonioso. Nella cultura del moderno lavoro e tempo libero, ragionevolezza e cinismo, realismo e utopia, tutto si componeva nella ricerca del senso forte della misura. Il postmoderno, invece, è segnato dall’assenza di misura. Trionfa un misto di euforia e frustrazione. Non è più possibile pensare la totalità, ma solo la relatività. Scompaiono la prospettiva e la profondità. Il corpo diviene un capitale da valorizzare nella grande gara del mercato, da cui si esce vincenti o perdenti. È il potere economico e mediatico a definire la soggettività. L’individuo è un io modulare, assume di volta in volta l’immagine-identità che può procurare il successo misurato dal denaro. Le persone sono un curriculum, un profilo, un annuncio d’offerta di lavoro o per cuori solitari: soggetti labili, subalterni e relativi. Nella melmosa ressa della società del mercato ogni esperienza è transitoria e fungibile, ogni competitore è multiforme, disposto all’auto-manipolazione chimica e ad assumere l’identità in quel momento conveniente. La tecnologia digitale, la realtà virtuale sostitutiva del reale, comportano una sensorialità umana senza corpo.

Oggi, in questo scenario d’indebolimento dell’umano, occorre ricomporre nella società il puzzle (sociale, linguistico, culturale) prodotto dalla globalizzazione neoliberista. Ricomporre la punta di diamante (avanguardia) dello schieramento proletario, il lavoratore colto, sfruttato sui circuiti sociali della produzione, cosciente della necessità dell’autovalorizzazione e di una razionalità indipendente e separata dal potere economico e mediatico postmoderno. Il lavoratore colto sa che la base della rivoluzione tecnologica, di cui è protagonista, è la riduzione dell’orario di lavoro, è liberare tempo di vita per l’autovalorizzazione e quindi per l’incivilimento. Praticare un “diritto di resistenza” (storicamente alla base del costituzionalismo) contro l’azione del potere, quando questi non accetta le istanze di autonomia e reddito dei proletari. Il potere è rapporto di forza! Quindi bisogna dispiegare e organizzare la forza innovativa e positiva dell’essere già altro rispetto al modello antropologico prodotto dal potere capitalistico postmoderno. Organizzare la forza-invenzione del lavoro cognitivo e cooperativo, il soggetto di potenza, motore della storia, agente collettivo di comunicazione e sperimentazione, formato da libere singolarità di lavoratori colti, che vogliono reciprocamente riconoscersi e agire come esseri umani integrali.