Al puntiglioso viaggiatore d’arte e allo straniero turista di bassa stagione, non potevano non saltare all’occhio gli sgargianti manifesti gialli, posizionati in ogni angolo della marmorea cittadina: è la seconda edizione di Libropolis, festival dell’editoria e del giornalismo, dal cui nucleo di incontri e confronti, si è colta anche l’ottima occasione per informarsi nuovamente sullo stato dei beni archeologici e culturali dell’arcinota località versiliese. Ha voluto il fato, che il verde chiostro d’Agostino d’Ippona si trovasse proprio a due passi dall’elegante Palazzo Moroni, una sofisticata commistione fra due edifici – rispettivamente del seicento e dell’ottocento – divenuto gradualmente un austero simbolo della sprecata potenzialità culturale nazionale, ma non locale.

L’edificio nobiliare infatti, già sede della cancelleria, divenne municipio fino al secondo conflitto mondiale, trasformandosi poi in spazio per gli uffici della Biblioteca e dell’Archivio storico comunale. Al centro di una doppia ed imponente scalinata, si presenta una solida porticina a doppia anta in ossidato rame borchiato; ed è così, che il curioso passante non può che venire attirato all’interno di uno spazio espositivo piacevolmente semplice e ben curato. Con tutto che la riapertura ufficiale di questa area risale solo al 25 giugno del 2017 – la prima storica è del 1968 – le premesse rimangono tiepidamente incoraggianti.

Veduta di Palazzo Moroni con la doppia scalinata e la minuta porta d’ingresso al museo. L’ingresso al chiostro d’Agostino d’Ippona, sede del festival di Libropolis, è alla sinistra dell’osservante.

La collezione esposta, nella sua complessità, parte dalla preistoria per arrivare fino alla prima età Giulio-Claudia, con poche ma pregevoli immissioni tardo antiche, medievali e rinascimentali – queste infatti, provengono per la maggior parte dalla collezione del chiostro –. Le sale si susseguono in un preciso e coerente ordine temporale, mentre ad aiutarci nel breve ma edificante tragitto, troviamo impianti tecnologici all’avanguardia e sistemi di illuminazione efficacemente posizionati, con il fine di mettere in mostra alcuni – sempre pochi – dei migliori pezzi della raccolta, accumulata fra una dozzina e passa di siti archeologici dell’area alto toscana.

Non si potrebbe proseguire in questa esposizione virtuale senza soffermarsi per un doveroso omaggio al Prof. Bruno Antonucci, l’amato e ben ricordato archeologo collaboratore dell’Università di Pisa, nonché capo del Gruppo speleologico e archeologico versiliese, divenuto protagonista dagli anni sessanta degli scavi nel chiostro e in molte altre aree limitrofe al comune ospitante il museo. Dopo una ben scelta carrellata di diari, foto e taccuini di viaggio risalenti alle operazioni di scavo, passiamo alla prima e contestuale area espositiva, ovvero la sezione paleolitica e preistorica, con una particolare attenzione all’età del rame: qui troviamo ornamenti femminili in osso e pietre ma soprattutto utensili venatori come punte di freccia e pugnali.

Punte di freccia in diaspro rosso dell’età neolitica, ritrovate presso la buca delle fate di Cardoso, frazione di Stazzema.

Susseguentemente e nello stesso ambiente, troviamo i lasciti dei fieri Liguri e degli affascinanti Etruschi. Proprio agli affezionati “Tursha” è dedicata la maggior parte dell’area espositiva, concentrata sui rinvenimenti delle operazioni di scavo nell’area di San Rocchino presso il lago di Massaciuccoli, ove gli etruschi si insediarono e diedero vita ad una vitale serie di empori commerciali, sopravvissuti anche in epoca romana.

Indubbiamente è il vasellame, come in ogni collezione d’arte antica che si rispetti, a spiccare superbamente: troviamo così il prezioso bucchero, molta ceramica da fuoco e a vernice nera, alcuni strumenti di utilità domestica e qualche frammento di origine greca. Ottimo esempio di archeologia sperimentale applicata lo rappresenta la verosimile ricostruzione di una capanna, contenente grandi doli e alcuni resti di ossi animali.

Ricostruzione di una capanna con utensili per diverse funzioni. Si notino i Doli interrati.

Ma, come in ogni museo italiano, iniziamo a trovare le prime note agrodolci del polo. Ogni spazio espositivo di Pietrasanta, essendo purtroppo o per fortuna gratuito – un obolo simbolica lo si offrirebbe più che volentieri – è meta assidua di molte scolaresche. Per rovinare una visita che già molti ignari fanciulli potrebbero non apprezzare, una serie di mostri d’astuzia, i cui nomi non verranno rivelati per non farli vergognare più di quanto non dovrebbero già, hanno ben pensato di denigrare e sminuire la sezione di epoca romana – reperti numismatici, anfore, vetri e corredi funerari – sigillando con una calotta di lastre metalliche l’intera vetrina centrale, unica nella sala dedicata, lasciando “visibili” i reperti solo tramite piccole fessure verticali, più simili a spioncini.

La volenterosa squadra di archeologi e storici dell’arte che lavorano presso il polo, ha riportato a chi vi sta narrando, l’ingenua e davvero poco lungimirante idea dietro questa infelice trovata: le fessure nei pannelli metallici, da cui provengono fitti raggi di luce, dovevano nelle intenzioni dell’”artista” e di chi ha dato i permessi d’installazione, aumentare la curiosità dei bimbi, i quali non solo si ritrovano a doversi complicatamente immergere in un mondo distante e antico, quindi possibilmente lontano da ciò che più interessa alle loro età, ma debbono fare una doppia fatica mettendosi in punta di piedi – per chi è più alto – affinché si possa giusto scorgere qualche dettaglio, ma nulla di più.

Se una simile installazione dovesse avere un nome, sarebbe più o meno: “Gabbia in metallo per sadico nascondino ai danni nostri e del comune patrimonio”.

E ancora: “Luce esce dalle avide crepe del mostro in simil ghisa, figlio di un’arte masochista”.

Il tesoro è svelato: “Stretto spiraglio con frammenti di vetro e monete d’argento di epoca repubblicana”.

Secondo anno di visita, stessi problemi dell’anno precedente, personale sempre più in gamba e volenteroso. La generale buona sistemazione e le soddisfacenti proposte, dovevano evidentemente essere intaccate dalla inutile stramberia, più simile ad imbecillità, del designer di turno, intervenuto a posteriori in qualità di fantomatico “arricchitore” dell’offerta culturale. Proprio accanto alla stanza che, visto il tempo passato possiamo ufficialmente chiamare “Vedo non vedo”, ne troviamo una svuotata o mai riempita di reperti, ma zeppa di mobilia di plastica e sgabelli incastrati l’uno sopra l’altro; a sfottere ulteriormente il visitatore arriva uno schermo attaccato al muro, tragicomico svelatore dei reperti nascosti dall’assurda gabbia occultatrice della precedente sala. Visitare per credere, augurandosi che qualcuno levi quell’obbrobrio nottetempo, in preda ad uno sprazzo di lucidità.

Recuperata un po’ di speranza, si finisce la breve visita in una ampia sala, custode dei suggestivi cippi funerari etruschi a forma di clava e cassetta, risalenti ad un’epoca arcaica che, per questi esempi esposti, risale ad un ventaglio fra il VII e VI secolo a.e.v.; segnacoli simili, ma in forme differenti e ridotte, vennero utilizzati fino al II secolo ante era volgare. Purtroppo, solo cinque di questi megalitici monumenti sono esposti in uno spazio che, al solo volerlo, potrebbe accogliere in modo ben più spettacolare se non l’intera compagine litica, almeno una quasi totalità. Si tratta dell’ennesimo scempio tutto italiano, una regola che matematicamente è destinata a confermarsi quando si parla di musei e cultura. Fra una confidenza spassionata ed un poco velato assenso, anche il personale già menzionato non poteva che concordare sull’atrocità della trovata “artistica” e della poca volontà di arricchire ulteriormente la piccola area espositiva.

Gli arcaici cippi funerari claviformi e a cassetta, risalenti al VII-VI secolo dell’era volgare.

Ci si perde sempre fra mancati permessi, soldi non forniti, iniziative del personale bocciate, incompetenze assortite e irrintracciabili volontà; a rimetterci come al solito, i più giovani, la popolazione tutta e quel buon numero di turisti, che solo volendo potrebbe rimpinguare il nostro erario. Nell’attesa che i piani superiori del palazzo possano ospitare il restante materiale, assieme ad una inedita collezione di quadri di epoca tardo medievale e moderna – non si stupiranno i lettori nell’apprendere che il resto del materiale è ancora ammassato in vari magazzini dei musei versiliesi – gioiamo di questo piccolo gioiello nostrano, inevitabile suscitatore di orgoglio da una parte e rinnovata incredulità dall’altra. Ci si premurerà di tornare per la terza edizione di Libropolis: al prossimo capitolo.