La vita di un artista che è vista come incanto nel momento della ribalta, la vita di un artista che forse vive nel suo “dramma” sempre primario, come un susseguirsi di presenti. Il presente che passa e si trasforma in passato, il decorso del tempo di ogni rappresentazione attoriale, musicale e lirica è una successione assoluta di “presenti” e come tale garantisce e crea da sé il proprio tempo. Forse la vita di un artista, magari per caso o magari per forza di condizione inevitabile, ricalca un po’ questa medesima consecutio e spesso si riflette sulla depressione a cui l’artista va incontro nel momento in cui si spengono i riflettori. Stessi riflettori che hanno portato a delle scelte, ripercuotendosi spesso anche sulla vita privata. E se questa depressione fosse dovuta alla mancanza di quel che più di tutto dava ossigeno? E se esistesse una grande casa immersa nel verde di una campagna inglese che possa garantire le cure, le attenzioni e i giusti spazi per dei nuovi bambini pronti a giocare con professionalità?

E’ stato Dustin Hoffman che alla sua “prima” come regista ha voluto proporre, con raffinata delicatezza, una vecchiaia fatta di arte. Ripreso il soggetto di Ronald Harwood, “Quartet” è la storia di una casa di riposo che si sveglia sulle note di Giuseppe Verdi, tra colazioni, passeggiate, qualche acciacco e le prove per il Gran Galà, evento importante per raccogliere i fondi necessari a ristabilire il bilancio verdissimo che non torna mai. Beecham House è il nido di questi musicisti, i più legati al mondo lirico che, dopo una vita in famosi teatri, si vivono il loro meritato riposo con i ricordi di com’erano le loro voci, stringendo rapporti in questa nuova famiglia dove ci si innamora di nuovo, dove si gioca, dove si prova tenerezza e divertente autoironia e dove però anche le vecchie rivalità non vengono meno. Il quartetto è quello del Rigoletto composto dai celebri e bravissimi “giovanotti” Tom Courtenay, Billy Connolly, Pauline Collins e Maggie Smith.

Dustin Hoffman ottiene un risultato in linea con la delicatezza del tema, non vuole gettare in faccia al pubblico una qualche nuova proposta registica, non spiattella un qualche preciso messaggio; in una semplice modestia porta vicino all’occhio dello spettatore una narrazione e un intreccio piuttosto esile ma che si guarda con piacere, per un cast di alto livello e per la dolcezza di come sono posti i diversi personaggi, tutti rispettabilissimi, fosse non solo per il grande nome che sono. E’ proprio questo il messaggio che può arrivare. L’artista è destinato a ricevere nel momento stesso in cui ha cessato di essere o di fare ciò che lo determina. Si ritorna sul palco nel momento degli applausi e con compostezza ci si lascia abbracciare da quel calore che penetra così nell’intimo da arrivare all’opera d’arte che è stata fatta vivere fino a qualche istante prima. E nel momento in cui ci si rende conto che a distanza di anni il tocco, la voce e l’intenzione non hanno più la stessa intensità, si vede un po’ sfuggire il vero fine della propria vita, quasi fosse una mancanza di riconoscimento a quella stessa opera d’arte che prendeva così tanti applausi e ringraziamenti.

“Quartet” propone una visione finale un po’ bonaria, adatta sicuramente a un pubblico benevolo e borghese, evanescente, malinconica ma non troppo e, giustamente, con un pizzico di fondo infantile, come sono gli anziani nel momento della loro ingenuità. E’ questo l’altro sottile messaggio. La semplicità di un gesto dettato dall’incoscienza ma che cela la verità della naturalezza. Di certo è un film per un pubblico amante della musica che rimarrà a godere dei titoli di coda, in una sensibile melodia di allegra prospettiva per un futuro, visione tante volte rimandata a un domani, a causa di una risposta un po’ incerta e magari non tanto gradita.