«In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: Sia la luce! E la luce fu». Sebastião Salgado, fotografo di fama mondiale, decide, nel 2004, che la luce dovesse illuminare nuovamente il creato, stavolta mostrandone l’immensa bellezza anche a coloro i quali quella bellezza non riescono a viverla. L’opera precedente di Salgado è un tributo ad ogni aspetto più brutale e sublime dell’uomo, creatura da esplorare in tutte le infinite sfaccettature. Lo fa attraverso un bianco e nero duro, un contrasto in grado di definire in immagine ciò che Edgar Lee Masters aveva tentato in precedenza con la poesia. C’è la vita, con le sofferenze e i deliri d’onnipotenza, che si dissolve di fronte all’immensità di un mondo che non è semplice scenografia per l’azione antropica. Il fotografo brasiliano trasforma L’antologia di Spoon River in opera fotografica universale, inseguendo barlumi fugaci di splendore contro tenebre infinite o mostrando le ombre che si formano nell’animo umano nonostante il calore della luce solare.

Un sentore di mitologia e sacralità permea ogni fotografia, dove l’umanità si fa eroica, titanica. Le masse che si perdono nel maelström delle cave del Brasile, le fiumane di persone che si muovono nei deserti e nelle città, miseri figli di Prometeo che lottano con le fiamme degli inferni mediorientali: Sebastião Salgado cerca la tensione dell’essere umano verso l’affermarsi di un potenziale innato, in grado di fronteggiare un destino da sempre contrario, imposto da un universo ostile.

At the end of the 1990s, I completed a long series of photo essays on the unparalleled movement of peoples across the globe. It involved recording the massive migration of peasants from rural areas to cities on several continents. It led me to follow destitute refugees fleeing armed conflicts and natural disasters and I accompanied young men willing to risk all in the hope of finding a better life in some far-off land. I witnessed much suffering and great courage, but most of all I saw violence and brutality such as I had never even imagined before. By the time the project was over, I had lost all faith in the future of humanity.

Il fotografo si ritrova invece a osservare da vicino la sconfitta dell’uomo eroico, del titanico e nobile atto di combattere tutto e tutti, e si vede costretto a immortalare una disperazione atavica, di cui la pelle è pregna, in cui la dignità si piega sotto i colpi incessanti della crudeltà e dell’egoismo. Il capitalismo e le forme del potere da lui partorite cancellano ogni traccia di spiritualità e umanità, portando quelli che prima erano ritratti di creature stanche ma forti ad essere immagini di bestie destinate ad un vuoto che nulla ha a che fare con l’immensità cosmica. Salgado decide così di fermarsi: la fotografia è ormai uno strumento di semplice e piatta testimonianza dell’autodistruzione di una specie e della rovina di un intero pianeta. Non ci sono più né Prometeo né alcuno degli abitanti di Spoon River.

La Mano dell’Uomo, Migrations

Nel 2004 avviene la palingenesi fotografica di Salgado: dopo aver lavorato alla creazione di un vero e proprio parco naturale in Brasile, il fotografo si riavvicina ad un’idea primigenia del concetto di vita e prepara quello che forse sarà il più lungo e incredibile dei suoi progetti artistici. Il nuovo Sebastião abbandona le tribolazioni e gli sforzi dell’uomo per cercare di mostrare tutto ciò che è stato dimenticato e a volte addirittura messo a tacere: l’anima del mondo. Non c’è più né il fotogiornalista né l’antropologo: in Genesi c’è uno spirito che si lascia guidare e si perde nell’immensità del creato, che compone immagini tanto suggestive quanto monumentali.

I followed a romantic dream to find and share a pristine world that all too often is beyond our eyes and reach. My goal was not to go where man had never before set foot, although untamed nature is usually to be found in pretty inaccessible places. I simply wanted to show nature at its best wherever I found it. […] Discovering this unspoiled world has been the most rewarding experience of my life.

Si aprono di fronte agli occhi dell’osservatore mondi infiniti, che si perdono tra nebbie fitte e fumi vulcanici, linee sinuose che discendono le valli portando il loro carico di vita chissà dove, catene montuose che si stagliano immense sotto cieli attraversati da raggi taglienti, ghiacciai splendenti galleggiano fieri su oceani profondi imitati altrove da isole solitarie ospitanti foreste rigogliose.

Le gradazioni di grigio assumono in Genesi un senso ben diverso da quello a cui Salgado aveva abituato nei suoi precedenti lavori: le profondità dei neri e la lucentezza dei bianchi si avvicinano più ai panorami di Ansel Adams che non ad una visione drammatica, la fotocamera si fa così medium silente che omaggia la grandiosità che ha di fronte, scrollandosi di dosso tutta una serie di stratificazioni fotogiornalistiche, cancellando tutte le distanze tra umanità e mondo. Le masse di pinguini o di albatros non somigliano minimamente alle folle che si muovevano disperate nella “civiltà” presente in La mano dell’uomo o Migration: la luce e le ombre delineano un equilibrio perfetto, a volte perfino terrificante, ma sempre opera suprema di un ordine costituito incomprensibile e irraggiungibile. Gli artigli dell’iguana e le scaglie che ne compongono impeccabilmente lo strato più superficiale della pelle formano un pattern delicato e pericoloso che ricorda le profonde rugosità degli alberi che si inerpicano su rocce che da millenni resistono a venti di ogni tipo. Tutto si somiglia, tutto è parte di un unico sistema, e il bianco e nero ne esalta questa affinità.

Deus sive natura. L’opera di Salgado si può riassumere con la massima espressa da Giordano Bruno quasi 500 anni prima. Il tutto fa parte di un unico principio, un’unica causa, natura naturans e natura naturata, un costante ciclo divino intrinseco e al contempo estrinseco. La grandiosità dei paesaggi in cui tutte le creature si muovono non opprimono, bensì danno respiro e uniscono, essendo profondamente legati a quelle stesse creature. La vista del leopardo che si abbevera nel buio più profondo non spaventa né crea sensazioni di solitudine, ma di totale consapevolezza del mondo circostante; la massa di bufali che riempie l’inquadratura non trasmette disagio o confusione, ma una visione di stupenda entropia. In questo pianeta dove la natura è spirito imprescindibile, l’uomo non può rimanere isolato in quanto parte integrante di quel sistema.

Salgado cerca perciò di includere nella sua ricerca artistica e spirituale l’umanità, quella più vicina alle proprie radici, ancora in contatto con la Madre Terra, l’unica in grado di mostrare ciò che è andato perduto nelle società odierne. Il fotografo non crea immagini critiche nei confronti del vivere contemporaneo, ma cerca di riportare l’uomo nuovamente a riformare quel legame dimenticato, ritraendo gruppi tribali e individui nelle foreste e nelle savane esaltandone la formidabile somiglianza con l’ambiente e con animali che li circondano o che addirittura forse non hanno neanche mai visto. Le nervature e le rughe ricordano le crepe che si spandono sui terreni aridi della savana, la texture della pelle ricorda le sabbie levigate dalle onde del mare, mentre i corpi si vestono di piumaggi e artigli che rendono l’uomo tanto più simile agli animali che caccia.

I wanted to capture a vanishing world, a part of humanity that is on the verge of disappearing, yet in many ways still lives in harmony with nature.

Armonia, con la natura, con ciò che è ad ogni modo parte dell’essere umano. Armonia, ciò che è andata perduta, quando si è posto l’uomo al centro, anzi al di sopra, di ogni cosa.

Nei lavori precedenti a Genesi, Salgado in fondo non ha fatto altro che mostrare le lotte dell’umanità nel tentativo di raggiungere una felicità impossibile, vendutaci come possibile, e che per far ciò abbandona l’anima (intesa come vitalità ed essenza), abbandonando così sé stessa e, perciò, il mondo circostante. Genesi è un’ode, un cantico in onore allo spirito di tutte le cose, ad un equilibrio che appare oggi impossibile, ma di cui si ha profondamente bisogno se si vuole ritrovare un senso all’apparentemente insensato. Salgado, proprio come Bruno, intuisce la sacralità del naturale e cerca, attraverso la sua opera fotografica, di riportarvi l’uomo, in un’armonia sempre più difficile e fragile.

Con vario ed armonioso canto si leveranno qua e là i volatili nel cielo,

aggirandosi per la terra, sull’onda e nell’aere.

Mentre lasceranno che tu passi indisturbato i pesci del mare,

mantenendosi nel loro naturale silenzio.

(Giordano Bruno, Cantus Circaeus)