Millet, Daubigny, Bastien Lepage, Rosa Bonheur, Léon Lhermitte e ancora, fino a Courbet: questa l’onda di artisti francesi che dagli albori degli anni 40 dell’ 800 rivoluziona il concetto di arte pittorica aprendo quella fertile stagione artistica che prenderà poi il nome di Realismo. Liquidazione di ogni allegoria, traduzione autentica della realtà (sociale) sulla tela: questi i precetti chiave di questi artisti che, dopo la rivoluzione del ‘ 48 e durante il secondo Impero, accentueranno l’aspetto sociale dei soggetti dipinti, a seguito della forte industrializzazione e borghesizzazione della società e di un esodo annuo dalle campagne verso la città sempre crescente. Affascinati dal naturalismo seicentesco, gli artisti pre-realisti rappresentano la bellezza dei campi, i costumi di una società rurale in via d’estinzione, le campagne con i contadini a lavoro: sulle tele si stende una velatura mistica, un alone divino, quasi ad indicare un eden perduto, un tempo remoto, uno spazio atemporale verso cui guardare per ritrovare l’autenticità della vita. “L’Angelus” di Jean- François Millet ne è un perfetto esempio: una coppia di contadini sospende il lavoro nei campi per la preghiera dell’Angelus, annunciata dal rintocco delle campane; i personaggi si stagliano come statue in primo piano, immobili, dedite all’atto religioso, mentre una luce diafana in lontananza trasporta la scena agreste in un mondo mitico. ” Sono nato contadino e morirò contadino” dichiarava Millet, dipingendo ” Alcune Spigolatrici ” nel 1857: la pittura si fa anche strumento critico di analisi della realtà, volta a denunciare le ambiguità, le contraddizioni del mondo rurale e le condizioni di impoverimento dei contadini; tre donne vestite di stracci raccolgono le poche spighe rimaste incolte dopo la spigolatura mentre sullo sfondo si distingue un’imponente azienda agricola con il proprietario a cavallo; due sono piegate sul campo a strappare le spighe dimenticate mentre il capo della terza coincide con la linea dell’orizzonte: presentato al Salon nello stesso anno, il critico d’arte Edmond About osservò che nel dipinto ” si annuncia come una pittura religiosa”. Parallelamente alla pittura agreste di questi artisti, nasce non lontano dalla foresta di Fontainebleau, la scuola di Barbizon. Circa seicento artisti professionisti abbandonano Parigi per dedicarsi alla pittura en plein air nella foresta, per sperimentare tecniche cromatiche e studiare da vicino la natura da rappresentare. La modesta locanda di Pere Ganne accolse la compagnia di pittori venuti dalla città desiderosi di lavorare immersi nella natura. Prima Corot poi Théodore Rousseau, Diaz della Peña, Dupré e in seguito anche Millet e molti altri: per lunghi periodi gli artisti soggiornavano in questa colonia oggi chiamata ” Scuola di Barbizon”, giudicata da alcuni come tendente ad istanze romantiche per una rappresentazione della natura in chiave mistica e sublime. Ma a differenza degli artisti romantici, i pittori di Barbizon non cercano una soggettività nella natura, non rappresentano una condizione atemporale idealizzata, ma si pongono dinanzi alla natura come sinceri osservatori, umili contemplatori del creato. La scuola di Barbizon e i pittori agresti di metà Ottocento apriranno due stagioni artistiche tra le più importanti della storia dell’arte occidentale: il realismo di Courbet e l’impressionismo di Monet e Renoir. Non a caso questi ultimi nel 1886 bussarono alle porte della locanda di Barbizon, in cerca di ispirazione nella foresta di Fontainebleau.