Cosa ci fanno riuniti in una bella sala sceicchi con i loro lunghi caffetani bianchi, élites tutte abbigliate e profumate, gente di alta finanza? Un vociare multilingue, chi parla inglese, chi cinese, chi arabo, telefoni che squillano e una leggera tensione palpitante nell’aria? Ovviamente non è la solita barzelletta, bensì la crème dell’alta società newyorkese riunita per una sera. Infatti è notizia di pochi giorni fa che è stato battuto all’asta presso la prestigiosa casa d’aste di New York, Sotheby’s, il celebre dipinto di Edvard Munch, “L’Urlo”. La vendita ha raggiunto i 119,9 milioni di dollari battendo qualsiasi record precedente. Il celebre quadro del pittore norvegese, l’unica copia, su quattro, rimasta nelle mani di un privato, è oggi considerato il dipinto più costoso mai venduto in una sessione d’asta. Ma è solo l’ultimo di tanti record, se si considera che ogni anno, in materia, si giunge a somme e cifre da capogiro. A questo proposito, gira voce sul web che il venditore sia stato un ricco europeo, ultimamente non più tanto “ricco”, complice la crisi e cattivi investimenti, ritrovatosi con qualche buco nero sul proprio conto in banca. Tra le ultime opere di arte contemporanea che avevano battuto record, con doppie cifre di listino, possiamo ricordare il Trittico di Francis Bacon (86,3 milioni di dollari) e il quadro Orange, red, yellow di Mark Rothko, aggiudicato in una vendita da Christie’s per un somma pari a 86,9 milioni di dollari.

Queste evidentemente sono cifre esorbitanti per un comune mortale, ma ci danno un semplicissimo esempio di come il mercato dell’arte, sia antico che contemporaneo, non sia destinato a fallire. Tutt’altro. Come l’oro, anche i dipinti, le sculture, gli orologi, i gioielli sono la riserva più importante con cui accumulare ricchezza e con cui coprirsi le spalle. Ciò è dimostrato, nonostante la crisi e il cattivo momento che stiamo affrontando, dal fatto che case d’aste, mercati di antiquariato, o semplici giganti del web come Ebay ed Amazon, riescano ad attrarre numerosi clienti e a battere cassa tra alti e bassi.

Spesso, però, i maggiori acquisti non vengono mai resi pubblici. Infatti non teniamo conto di tutte quelle vendite tra i privati che nascondono quantità di denaro, direi altamente vertiginose. Si diceva che qualche mese fa “I giocatori di carte” di Paul Cézanne si fosse avvicinato ai 250 milioni di dollari. Per di più molti compratori, più che altro investitori, preferiscono rimanere nell’anonimato e irreperibili, come in un gioco di scatole cinesi.

Ma perché è buona cosa investire oggi nell’arte, ad esempio “contemporanea”? Ebbene, i maggiori indici delle fonti ufficiali, tra cui Criestie’s e Sotheby’s, i maggiori esponenti nel settore, considerano “l’opera d’arte contemporanea” un investimento a tutto tondo, che ovviamente renderà al meglio nel medio e lungo periodo, anche se nel breve periodo può avere altissimi tassi di rendimento. Tutto dipende dal capire e dal sapere effettuare una scelta ponderata e, perché no, azzeccata. Inoltre, anche questo mercato si sta espandendo. Anzi direi non ha mai smesso. I maggiori mercati mondiali d’arte rimangono sempre New York e Londra, con il resto dell’ Europa al seguito; ma in tutto ciò, il mercato si sta trasformando, ed anche con intensa rapidità. Internet e le nuove tecnologie, hanno portato il commercio dell’arte ad essere sempre meno “localizzato” e più accessibile a tutti. Non dimentichiamoci che dall’Oriente, cinesi ed arabi, sono oggi i “nouveaux riches” e sono sempre più numerosi ed invadenti.

Investire in arte è sicuramente più remunerativo e sicuro fiscalmente, senza dimenticare che l’occhio e il semplice piacere di “possedere” vogliono ovviamente la loro parte.

Secondo la Yale School of Management , investire in arte permette di ottenere rendimenti alti: tra il 1900 e il 1980 si è avuto un rendimento medio annuo in dollari superiore al 17%. Tra il 1980 e il 2000, è diminuito, pur rimanendo ad un più 14%. Inoltre l’investimento in arte, gode di maggiori vantaggi fiscali, rispetto a quelli immobiliari e finanziari. I privati non pagano tasse sulle plusvalenze derivanti dalla compravendita di opere d’arte e non sono, dunque, inserite nella dichiarazione dei redditi. Le opere d’arte, infatti, non sono soggette a tassazione: per i privati non vi è l’obbligo di denunciarle nella dichiarazione dei redditi, mentre una impresa può addirittura detrarre le relative fatture come costi di produzione se le opere sono collocate in un locale di rappresentanza. L’arte è detraibile come bene strumentale e materiale. Inoltre vi è il concetto di fruibilità dell’opera: essa permette al possessore di fruirne esteticamente. Il piacere di poggiare una scultura in un salotto, o di appendere un olio alla parete, la contemplazione, avere il parere degli amici durante una cena, è sicuramente un qualche cosa in più che possedere un banale certificato di un titolo azionario.

Oggigiorno, le aste sono sicuramente riconosciute come uno dei test anti-recessione. Dall’andamento delle vendite è possibile capire se la “bolla” del mercato dell’arte possa scoppiare o sia in grado di reggere alle varie crisi, finanziarie e monetarie, che si stanno susseguendo. Molti, e le prove sono evidenti, hanno semplicemente riscontri positivi, per di più, se si considera che la grande liquidità immessa su tale mercato proviene dai nuovi investitori: russi, cinesi, arabi e indiani. Inoltre è ben noto che il mercato dell’arte, come quello aureo, si muove sempre in direzione opposta agli investimenti tradizionali.

Ma cosa fa sì che i “Girasoli” di Van Gogh vengano acquistati ad un prezzo tipo di 39,9 milione di dollari (siamo nel 1998)? Ovviamente si può sostenere che un opera d’arte è un qualche cosa di unico, singolare, e quindi irripetibile, frutto del semplice ingegno umano. Sintetizzando, il prezzo sfugge ad ogni possibile spiegazione. In parte la concezione, etica e morale, è vera e non fa una piega, ma non soddisfa il mercato. Per determinare il prezzo di un bene, gli economisti si basano sull’azione congiunta tra domanda e offerta. Di fatto sarà tanto più elevato quanto più la domanda sarà superiore all’offerta. Però, il prezzo di un opera d’arte fa riferimento anche ad altri, non secondari, elementi e variabili.

In origine le opere d’arte nascono come servizi resi in relazione a funzioni economiche riconosciute e il loro prezzo dipende dai costi di produzione sostenuti per la loro realizzazione. Già nel 1600, l’Olanda era la patria del mercato dell’arte. In Italia,alla corte regia di Francia, o lungo il Tamigi a Londra, i pittori venivano pagati in base alle dimensioni delle loro opere, i drammaturghi in basa alla lunghezza del testo. Oggi si considerano molte altre variabili, per cui l’aumento del prezzo dipende dalla intensità della domanda per capolavori, ma anche dalla rarità di un opera. Lo schema di determinazione del prezzo attualmente si è invertito: la funzione di utilità vale solo per il lungo periodo; inv3ece il costo di produzione che spiega il valore a lungo termine vale in questi casi vale solo nel breve periodo, ossia nel momento in cui le opere fanno la loro comparsa, cioè alla creazione. Infine per spiegare la varietà dei prezzi, si deve tener conto di ulteriori dati e valori, che assolutamente hanno un ruolo fondamentale. Il numero di esposizioni realizzate e la galleria d’arte al quale l’artista è legato. Il concetto di “soddisfazione estetica”, ossia lo stile dell’opera. Ad esempio, nel contesto contemporaneo, i differenti generi: pop art, arte astratta o interiore, e i vari movimenti che si susseguono lungo la storia. Ciò può quindi aggiungere un ulteriore spiegazione alla differenza di valore che si attribuisce ad un opera. Insomma la moda. L’avere ottenuto un premio o un riconoscimento da parte dell’artista; anche la sua scomparsa, può generare una tendenza speculativa al rialzo da non poco.

In sintesi, il valore d’uso di un opera d’arte contemporanea è limitata. Il valore di scambio, invece, riguarda l’ottica specifica di diversificazione dei redditi. Invece il valore simbolico e di prestigio derivante dal possesso, oggi sono fondamentali. Una qualsiasi opera d’arte, non è solo un valore rifugio (dipende ovviamente dal contesto); ma nel profondo, noi diamo un prezzo unicamente all’ingegno umano.