«Dove i raggi del sole non giungono, pur giungono i suoni.»

S. Kierkegaard

Una riflessione sull’arte e, nella fattispecie, sulla musica, non può che essere, contemporaneamente, una riflessione sulla posizione della fruizione e della creazione artistica nella costruzione di un percorso oggettivo di senso da parte di noi portatori della condizione antropologica della modernità. E quindi, non può che essere una considerazione sul margine di creatività delle nostre risorse ed esperienze. Nell’odierna società di consumo siamo in presenza di un senso distorto della civilizzazione in cui le tendenze istintive e le potenzialità comunicative sono così dissipate che la condizione umana che ne risulta è prossima all’inautenticità. La dimensione estetico-musicale, in quanto capacità di espressione simbolica del reale, gioca un ruolo essenziale di fronte alla natura falsificante del linguaggio.

La musica ha un valore conoscitivo che, da sempre, le è stato attribuito dai filosofi di tutte le epoche. Martin Lutero, per esempio, diceva che essa era importante tanto quanto la teologia, poiché la musica gli aveva permesso di conoscere le realtà più alte. I filosofi dell’Ottocento, di più, hanno sostenuto che la musica, in quanto arte, non fosse una semplice decorazione, ma permettesse di arrivare alla verità. All’inizio dell’età moderna il canto appariva l’espressione più nobile e profonda dell’arte musicale: melodia come pensiero fatto di suoni, capace di penetrare in quelle regioni del sentimento altrimenti impenetrabili. Qualche tempo prima, Hegel interpretava il valore del suono come sintesi di corporeo e incorporeo, materiale e spirituale, poiché il suono appartiene sì alla materia, tuttavia penetra nella dimensione interiore di ciascuno. Perciò il tempo della musica corrisponde a quello soggettivo della coscienza. Friedrich Nietzsche, invece, riteneva che la musica fosse subordinata al logos, poiché «le parole sono il padrone e la musica l’ancella». Dello stesso avviso era Jean-Jacques Rousseau, il quale sosteneva che la musica, riferendosi più precisamente alla musica strumentale pura, precedesse l’idea, nel senso che rappresentava l’elemento pre-linguistico presente in ogni linguaggio costituito. Musica come flusso di coscienza, secondo il filosofo, in cui i propri affetti scorrono nel tempo per mezzo della melodia. Troppo spesso, in passato, la musica era stata relegata a sottofondo lezioso e discreto per le feste dell’aristocrazia o a necessario — ed anonimo — supporto alla liturgia cristiana e sarà il Romanticismo a dimostrare come essa sia in grado di giungere dove la parola non è in grado di arrivare, in quelle regioni dove «il verbo tace e lascia posto all’indicibile». La musica sconfina oltre il tempo e lo spazio e, per mezzo di essa, l’uomo diventa eterno.

Nell’odierna società dei consumi che porta a compimento l’ideologia liberale capitalista, la concezione della musica pare abbia subito un pesante livellamento. Ciò è detto poiché la musica, in quanto arte — che secondo il filosofo Walter Benjamin è in origine dotata di un’aura a garanzia della sua autenticità — è dissolta dalla tecnica, diventa mero oggetto di scambio e viene reificata. Di più, con l’avvento della tecnologia, si ribalta il rapporto tra composizione e fruizione ed il momento creativo, quell’irripetibile atto nel suo svolgimento hic et nunc, lontano dall’esperienza quotidiana, non sembra più così fondamentale. La musica perde così la propria componente intellettuale e nell’industria musicale, dove la pubblicità conta più dei contenuti e dove spesso e volentieri sono le stesse case discografiche a far del linguaggio musicale un fatto mondano, appare tristemente chiaro che l’importanza di un’opera è data da un valore estetico troppo fittizio che diventa l’oggetto della pubblicazione. Per essere ancora più chiari: l’unico obiettivo è il profitto e la qualità di un’opera si misura in base alle vendite ed al successo previsti e, successivamente, raggiunti. Ecco allora che dominano le etichette discografiche — vere e proprie multinazionali che si occupano di produzione di contenuti musicali — le quali non sono alla ricerca di qualità e di originalità, ma preferiscono scegliere artisti che si presentano autonomamente con al seguito un corredo abbastanza pomposo che si divide tra book fotografici, video musicali e look particolare; condizionano successivamente i musicisti ed impongono le proprie scelte commerciali, assolutamente non creative, che mirano all’appiattimento dell’estro personale e alla mercificazione di qualsiasi forma di arte e di espressione. Ciò che una volta era soltanto il contenitore degli artisti, ovvero il loro fisico, da quando è nata MTV si è trasformato nell’aspetto preponderante. Il mercato è divenuto dunque il mecenate della musica, ormai desacralizzata, e pare proprio che il processo di feticizzazione musicale di cui parla il filosofo Theodor Adorno sia analogo al procedimento, descritto da Marx ne Il Capitale, che subiscono le merci destinate alla vendita.

«L’arte è spirito, e lo spirito non deve affatto sentirsi obbligato verso la società, verso la comunità. Non deve farlo, secondo me, per amore della sua libertà, della sua nobiltà. Un’arte che va «verso il popolo», che fa propri i bisogni della folla, degli uomini piccoli e meschini, si immiserisce. […] Lo spirito, ne sono convinto, nelle sue avanzate più temerarie, nelle sue indagini più libere, nei tentativi meno adeguati alla folla può essere sicuro di servire in qualche modo indirettamente all’uomo e, a lungo andare, persino agli uomini.»

Doctor Faustus, Thomas Mann