Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Un’ombra gigantesca si muove tra i palazzi di Berlino: un elicottero sta portando via uno degli ultimi simboli dell’ormai passato regime comunista dalla città ed è l’alba di un nuovo giorno, di una nuova era, forse di un nuovo mondo. Legata al velivolo vi è un’enorme statua di Vladimir Il’ič Ul’janov, meglio noto come Lenin, che, con il suo braccio teso, sembra salutare la città simbolo di un’Europa al centro di una guerra troppo grande da sostenere.

In Goodbye, Lenin! (film del 2003 di Wolfgang Becker interpretato da Daniel Brühl) tutte le questioni della dimenticanza, forzata o meno, e della nostalgia vengono messe in luce arrivando al climax della scena sopra citata, in cui il simbolo per eccellenza di un’idea di società e di una sua messa in pratica (con tutte le malefatte del caso) viene rimosso, lasciando spazio ad un futuro ancora inimmaginabile. Scena ispirata ad un fatto realmente accaduto, il film ci presenta già solo in quello spezzone la capacità dell’uomo di cercare di sbarazzarsi rapidamente di tutto ciò che viene considerato un errore del passato.

Goodbye, Lenin! 

Ogni società, ogni civiltà, come pure i singoli individui, si ritrova spesso a dover decidere se mantenere viva la memoria, storica o personale, o se dimenticare, per tutelarsi momentaneamente dalle sofferenze causate dai traumi accumulati nel passato. È questo un passaggio importante per lo sviluppo di una propria identità e di tutto ciò che ne consegue.

L’Ucraina, indipendente dall’Unione Sovietica dal 1991, ha intrapreso da poco questo percorso: tagliata fuori dal resto del mondo dopo il crollo del regime russo, si è ritrovata a dover subire l’impatto dell’ondata del nuovo ordine mondiale senza esserne adeguatamente preparata. Con i valori portati avanti dagli intellettuali ucraini con i quali poter formare una nazione spazzati via dallo tsunami di una nuova ricchezza e libertà promesse, restano quelli del nemico in comune: il Comunismo, male assoluto.

Nel 2015, seguendo una superficiale politica identitaria all’insegna della distruzione di un nemico ormai morto invece di una ricostruzione di valori nazionali, il governo di Kiev avvia un programma di “decomunistizzazione” che prevede la rimozione di tutti quei simboli monumentali dell’epoca del dominio sovietico, comprese le migliaia di statue raffiguranti Lenin sparse su tutto il territorio nazionale (si parla di circa 5500 a fronte delle circa 7000 dell’intero territorio russo). Una presenza ingombrante quella di uno dei padri della rivoluzione russa, sia per chi ha lottato per anni per l’indipendenza dell’Ucraina, sia per chi ha cercato di distruggere il potere sovietico nell’Est Europa.

Kremenchuk, from Looking for Lenin. © Niels Ackermann / Lundi13 / Fuel Publishing

Il nazionalismo ucraino inizia a svilupparsi sul finire del Settecento e inizio Ottocento, nel pieno dello sbocciare del Romanticismo europeo, trovando però la sua definitiva sconfitta nell’invasione dell’Armata Rossa nel 1922, nonostante il sogno di un’Ucraina finalmente libera sembrava potesse divenire realtà al termine della Prima Guerra Mondiale. Solamente dopo la cessione della Crimea del 1954 ad opera di Nikita Chruščëv e a seguito della caduta definitiva dell’Unione Sovietica nel 1991, la battaglia ideologica si trasforma in guerra fratricida tra nazionalisti ucraini e indipendentisti russofili, figlia di una forte polarizzazione territoriale al di qua ed al di là del Dnepr. In questa situazione di esasperazione politica e sociale, ha inizio quella che volgarmente viene definita Leninopad, o anche la caduta di Lenin.

Korzhin, from Looking for Lenin. © Niels Ackermann / Lundi13 / Fuel Publishing

Ogni statua del nemico deve essere abbattuta per legge, ogni simbolo dell’invasore, per di più icona di un sistema “sbagliato” che non ha portato che rovina, va fatta sparire. Questo decide il parlamento ucraino nel 2015, ma le tensioni dovute ai sanguinari giochi politici in Crimea avevano de facto già legalizzato la distruzione delle statue raffiguranti Lenin da parte dei singoli cittadini. Proprio sulla scia di questo improvviso moto di rabbia popolare nei confronti di monumenti più o meno imponenti e più o meno esteticamente validi, il giornalista Sébastien Gobert e il fotografo Niels Ackermann, uno francese l’altro svizzero ma entrambi di stanza a Kiev, decidono di raccontare questa profonda spaccatura sociale creatasi nell’odierna Ucraina.

Although so-called decommunisation is raging in Ukraine for over a year, no clear vision has emerged of where Ukrainians want their country to head to. The best way we found to reflect on this process is to focus on the first thing no one seems to care: where does Lenin go to, after it is down and gone. 

Dove finisce Lenin? Ackermann e Gobert vagano per questo Paese che ancora non si è fatto nazione cercando di rintracciare ciò che resta di quelle migliaia di statue, ma soprattutto cercando di comprendere cosa è rimasto di quel dominio e di quella cultura nelle persone che vivono nelle città, nei villaggi e nelle fredde e sconfinate lande tra Uzhorod e Luhans’k, tra Kiev e Odessa. Ecco allora che scovano statue di Lenin a terra, tirate giù dai locali, oppure abbandonate nei boschi o nelle campagne; alcune vengono gettate in scatole negli scantinati di centri congressi o addirittura ristoranti, altre conservate in piccoli musei privati, altre ancore fatte a pezzi o perfino trasformate radicalmente, nel vano tentativo di fare di Lenin un simbolo altro, differente da ciò che ha sempre rappresentato.

I due riscontrano nelle persone con le quali si imbattono idee divergenti che si fanno fotografie-documento grazie all’occhio attento di Ackermann che riesce, con una tecnica da puro reporter, a porre dei quesiti più che a dare risposte. Domande che in fondo sono le stesse che si fanno gli ucraini, cercando di costruirsi un’identità, una nazione. Ma cosa è un’identità senza ricordo, senza prova del passato? Come si può produrre un futuro senza la memoria storica?

Odessa, from Looking for Lenin. © Niels Ackermann / Lundi13 / Fuel Publishing

Il problema della memoria è qualcosa che riguarda tutti molto da vicino, in quanto viene spesso sovrastata dalla mole di informazioni, spesso inutili, che ne affievoliscono la forza. Considerata questa condizione oramai inevitabile, come si può mantenere viva una memoria storica collettiva?

La dimenticanza, secondo Sigmund Freud, è la rimozione di ricordi dolorosi nel tentativo di tutelare se stessi dall’ansia e dalla sofferenza ad essi legate. L’idea del padre della psicanalisi si fonda sulla presa di coscienza del rimosso per potervi entrare in sintonia, eliminando i complessi e le nevrosi derivanti dall’oblio. Da questi presupposti e dalle osservazioni aristoteliche su tempo ed anamnesi, Paul Ricoeur, nel saggio Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato (edito in Italia da Il Mulino, 2004), espone in maniera incalzante la problematica della memoria individuale e collettiva e dell’oblio. Considerata la memoria collettiva non meno importante di quella individuale, ma anzi da essa nutrita e di essa nutriente e chiarendo in maniera netta la differenza tra ricordo ed immaginazione (che hanno comunque una funzione comune: rendere presente e vivo ciò che è ormai assente), Ricoeur si addentra nella problematica della “memoria ferita” e della sua stretta correlazione con la Storia. Secondo il filosofo francese, la ferita mnemonica, riconducibile al concetto di rimosso in Freud, non consente all’individuo e alla collettività un lavoro che permetta la liberazione del sé, costringendoli alla “coazione a ripetere”. L’imperativo è quindi non dimenticare (la vituperata frase “si studia il passato per non commettere gli stessi errori in futuro”), attraverso una politica della “giusta reminiscenza”, veicolata dalla Storia che si fa vera e propria terapia collettiva e che permette un rafforzamento sia della critica sia del distacco dal passato. Terapia che però non può svilupparsi se non vi è la volontà di superare l’oblio.

Le domande che trasudano dalle rovine fotografate da Ackermann intaccano profondamente il cammino intrapreso dall’Ucraina post-sovietica, un modello in cui non sembra più esservi uno spirito patriottico d’ideale romantico, ma la costruzione di un nemico, perfino se morto e sepolto.

Melting Lenin by Oleksandr Balbyshev

Tra le varie immagini pubblicate nel libro Looking for Lenin, edito da FUEL, risaltano sicuramente quelle in cui la statua di Lenin è stata trasformata o addirittura sostituita. Tra queste ultime, la più surreale è quella scattata ad Odessa nel novembre 2015, in cui campeggia, su un piedistallo che fino a poco prima sorreggeva la figura dell’idolatrato primo ministro bolscevico, una statua di Darth Vader, famoso simbolo del male nella saga cinematografica Star Wars.

Un avvicendamento che sottolinea la profonda e paradossale spaccatura nell’identità del popolo ucraino: è Darth Vader l’icona del nuovo nemico da combattere (come lo era stato finora Lenin correlato al Comunismo) oppure rappresenta la volontà di eliminare il passato per lasciare il posto al nuovo, alla splendente nuova maschera calata direttamente dalla macchina industriale e propagandistica del capitale americano? L’Ucraina cerca di costruirsi attraverso l’elaborazione del “lutto” o addentrandosi nell’oscurità del vuoto mnemonico? Faticoso sogno o facile nevrosi?

Odessa, from Looking for Lenin. © Niels Ackermann / Lundi13 / Fuel Publishing

L’instabilità politica dello stato ucraino, ancora manovrata da USA e Russia, nonostante la fine della Guerra Fredda, lascia crepe in un territorio già di per sé considerato terra di sfruttamento europeo, dove i valori del sogno nazionale si perdono nei fitti rovi dei luccicanti valori della globalizzazione, tra individualismi parossistici e freddi darwinismi sociali.

Risuonano allora ancora più drammatici i versi di Taras Ševčenko, considerato il poeta ucraino per eccellenza, scritti in esilio dalla propria terra natia:

Ho vissuto in schiavitù, e in schiavitù morrò,

morrò piangendo senza che nessuno mi pianga.

E non lascerò traccia nella gloriosa Ucraina,

terra nostra eppure non nostra.