L’attore è il prototipo di narcisismo ma morirebbe su sé stesso se si limitasse a ciò. Bisogna credere nella sua funzione sociale. Come il medico, da grande umanista che dovrebbe essere, cura il corpo, l’attore cura l’anima. L’attore, dopo una forte prova di coraggio, non può stabilire, non sceglie, non decide di diventare tale ma è. Essere medico del cuore con l’intima sensibilità di poter essere tramite. Si fa fatica a trovare un altro lavoro caratterizzato da una tale dose di altruismo. La visione verso sé stessi e verso la visione di sé stessi è fondamentale ma se il fine ultimo si limitasse a ciò, l’alito vitale non respirerebbe mai.

 “Un’ estrema sensibilità fa gli attori mediocri; una sensibilità mediocre fa la folla dei cattivi attori; e l’assoluta mancanza di sensibilità è il presupposto per gli attori grandissimi.” (Denis Diderot, Paradosso sull’attore)

Il celebre Diderot, controcorrente al pensiero coevo, assegna all’attore lo status di creatore e non di imitatore, al pari del drammaturgo-autore. Non è un artista che basa la sua arte sulla sua sola sensibilità, passivo imitatore sullo slancio delle passioni ma crea la sua interpretazione sulla leva della razionalità per permettersi risultati costanti. Per Diderot, in linea con il pensiero di Johann Wolfgang Goethe, Bertolt Brecht, le lacrime discendono dal cervello per il vero attore, salgono dal cuore per l’uomo sensibile. Se l’attore si trasformasse completamente nel suo personaggio, sarebbe un risultato disastroso. Ingannando con grazia, sostenevano che gli attori conquistassero il cuore dell’uomo senza donare veramente il loro. Ma “ l’attore è un bugiardo al quale si chiede la massima sincerità” (Vittorio Gassman) poiché uomo nella parte. Bisogna allora parlare di uomo-attore, uomo biunivoco ovvero che è unico nella sua definizione ma che è sempre relativo a due soggetti legati insieme in modo indissolubile e perfettamente corrispondente, creando un’unica relazione ed entità al tempo stesso duplice. Questa, è parte della forza della sua figura artistica.

Per quanto nel corso della storia la visione e la funzione dell’attore siano cambiate, demolite e sviluppate in maniera differente, l’attore è prima di tutto quell’uomo che sente un moto dentro di sé, vago come il suono eppure scolpito in piena chiarezza, un indefinito sentimento pronto a librarsi nell’indeterminata compiutezza per il semplice motivo di non poterlo più reprimere, una volta conosciuto. Attore è il comico-ginnasta-ritmico della Commedia dell’Arte, è il pirandelliano o lo shakespeariano, è chi fa la pantomima, è chi dà voce all’onda di un pensiero, è chi, non potendo fare altro, diventa mediatore. L’uomo, investito della carica di attore, non recita ma interpreta un ruolo. Non può essere solo parte razionale, non può essere solo parte passionale. L’attore è commistione, è miscela di corpo e mente che si rende disponibile a “essere”, amando per gli altri. L’attore non può non essere tale perchè sente di doversi confondere, fondere con il testo-personaggio. E’ materia malleabile a disposizione ed è proprio per questo che deve essere uomo di cultura, mantenendo la fresca ingenuità.

L’uomo-attore nel momento in cui percepisce la sua funzione non può più essere solo una parte di sé stesso. L’uomo-attore diventa personaggio nell’occhio del suo partner sulla scena, nell’occhio della camera da presa, nell’occhio dello spettatore, è lì che si riconosce diverso e uguale a sé stesso, cognizione istantanea di due o più identità in una.

Il narciso che si guarda nello specchio d’acqua è parte sostanziale, è il primo passo alla scoperta della propria identità e della propria scelta, è la carica che fa mettere in gioco sé stessi, scoprendo in fine una piacevole sensazione. L’attore o chi dovrebbe essere un vero attore, è chi prima di tutto, nel momento in cui pratica la sua vocazione, sta bene con sé stesso. Ma perchè sta bene? Fugge dalla realtà, non viene giudicato se non nella sua professione, è uno nessuno e centomila, si diverte, impara, cresce. E’ un uomo la cui funzione è carpire il pieno significato della vita, interpretarlo il suo problema ed esprimerlo la sua passione.