L’arte contemporanea può pretendersi libera? Se ci rivolgiamo alla critica marxiana – che pensa l’arte come una forma di espressione armonizzata (e quindi determinata) dei rapporti di forza che dominano l’esistente – è necessario demistificare tutte quelle posizioni che pretendono concedere all’arte contemporanea uno statuto di assoluta libertà. È infatti unanimemente accettato il fatto per cui l’arte, perso oggi il confine tra ciò che può definirsi opera e ciò che non lo è – per cui basta l’esposizione, con relativa targhetta, di un qualsiasi oggetto per renderlo opera d’arte – è luogo di espressione indiscriminata della propria individualità, di emancipazione dalle costrizioni accademiche ed istituzionali, di indeterminatezza e indipendenza rispetto a qualsiasi canone coercitivo e indicativo, oltre ogni schematismo.

Qual è, invece lo schema in cui l’arte oggi si inserisce, e in che modo essa lo esprime? Questo schema è l’ordine sociale, è il riflesso delle dinamiche che dominano la struttura – ovvero la base materiale – della società capitalistica Occidentale. Per sovrastruttura dobbiamo intendere marxianamente quel complesso ideale di forme quali la religione, la filosofia, la legge, la politica, che pendono – come le nietzscheane tavole  dei valori  – sulle teste degli uomini. Queste idee, risultato del trasferimento dal materiale – quindi dai rapporti di produzione – al sovrastrutturale, non sono definitivamente  cadute con l’avvento della società integralmente materialista, ma dobbiamo invece dire che una sovrastruttura ideologica, altrettanto influente, è presente nella società capitalista postmoderna. E’ una sovrastruttura che, rispetto alle epoche precedenti, ha una nuova religione, una nuova filosofia, un nuovo modo di interpretare le categorie del reale e perciò di intendere anche l’arte.

Sembra piuttosto evidente che l’arte odierna, di cui vediamo le opere esposte nei grandi musei europei o nelle gallerie che costellano le grandi metropoli, non abbia una libertà d’azione incondizionata. E’ vero che “tutto è permesso”, ma come dice il sociologo Michel Clouscard “niente è possibile”. Nel senso in cui per essere etichettati in quanto artisti non è più necessario detenere determinate credenziali di natura estetica, ma piuttosto riflettere positivamente la sovrastruttura ideologica del capitalismo postmoderno. E’ permesso fuggire  questo movimento che relaziona la struttura e la sovrastruttura, ma non è possibile essere definiti artisti non appena varcata la soglia di questo schematismo. Tutto ciò che oggi è definito “arte” dal mercato e dalla critica, non può avere altro ruolo se non quello di mantenere lo status quo. Ed infatti l’arte, nella società dove regnano le virtù utilitaristiche, è divenuta, innanzitutto, un mercato.
Nella società degli indifferenti, essa banalizza – rendendo consumabile – l’evento straordinario. Essa impressiona, rendendoci finalmente indifferenti; traumatizza, cosicché il trauma venga interiorizzato. Essa stupisce, pur di evitare la riflessione. Nella società industriale, viene prodotta in serie. Nella società del tutto subito, è eseguita nel tempo di una “performance”. Nella società globalizzata, l’arte è esportata sino a farsi ipocritamente universale – mentre altro non è che la rappresentazione dell’ideologia capitalista e Occidentale. Nella società dove regna il desiderio libidinoso, ci soddisfa con la scarna nudità (divenuta un obbligo). Nella società dei consumi, l’arte è oggetto del consumo, è soggetta al deterioramento (pensiamo alle sculture in chewingum di Maurizio Savini) ed ha un valore solo relativo alla tendenza in voga. Nella società del lavoro precario, essa ha valore in uno spazio di tempo limitato, è soggetta ad un contratto a tempo.

E dunque dov’è l’Arte che resiste alla sovrastruttura? Dov’è quell’Arte che esce dalle categorie dell’ideologia postmoderna, che non è succube delle logiche di mercato, che non riflette i rapporti di produzione? Marx ne individua diversi esempi nel passato (Senofonte, Fidia, Dante, etc.)  tuttavia oggi l’Occidente sembra troppo occupato a guardarsi allo specchio per rimettersi seriamente in causa.

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