Tristan Tzara, Hans Arp ed i suoi dodici figli sedevano al cafè Terassee di Zurigo, in una piovosa giornata del 1916. Per le strade della città, già da qualche giorno, aveva cominciato a soffiare un leggero vento di ribellione, mentre fuori, al di là dei confini, tuonava una guerra che sembrava infinita. Tzara sfogliava con indifferenza le pagine di un dizionario, quando un tagliacarte scivolò, indicando una parola di quattro lettere, due sillabe, ma nessun significato. Era il termine Dada. Così, per caso e per gioco, fra le mura di quel Caffe si accese una scintilla ed il mondo, seppur per un istante, bruciò, fra le fiamme del Dadaismo.

” La magia di una parola, DADA, che ha messo i giornali davanti alla porta di un mondo imprevisto, non ha per noi alcuna importanza”

Zurigo, a quell’epoca, era la culla degli intellettuali irriverenti, dei rifugiati politici e degli obiettori di coscienza, ognuno in fuga da qualcosa, ognuno al riparo dalla guerra, ma tutti impazienti di vivere, di afferrare il mondo nelle proprie mani e di scuoterlo vigorosamente per estirpare il marcio dilagante in ogni dove. E proprio in questo clima di disgusto e di rivolta nacque il Dada, sia per gioco, che per caso, ma con il preciso fine di cambiare, irrevocabilmente, la realtà. Il dadaismo rappresentò l’immediata reazione dinanzi ad un abbrutimento totale dell’uomo, era un’esigenza morale ed un rigurgito alla guerra ed al pacifismo utopistico. Ciò venne scolpito con forza nel primo manifesto del movimento, scritto da Tristan Tzara, nel 1918, in cui ogni parola è una esplosione di pura energia che esprime il disgusto per il presente e l’eccitazione per un nuovo futuro.

“ Coloro che sono con noi conservano la loro libertà[…] Noi laceriamo come furioso vento la biancheria delle nubi e delle preghiere e prepariamo il grande spettacolo del disastro, l’incendio, la decomposizione. [..] Io sono contro tutti i sistemi, l’ultimo sistema non ancora accettabile, è quello di non avere sistemi. La logica è sempre falsa, la morale atrofizza come tutti i flagelli dell’intelligenza.”

Così i dadaisti si presentarono al mondo, sfrontati e ribelli, menefreghisti e provocatori, ma estremamente desiderosi di assaporare esasperatamente la propria libertà, al di là del tempo, dello spazio, vivendo l’attimo immediato ed aleatorio. Ciò che contava era spezzare le catene di qualsiasi schiavitù e di liberarsi dalla fissità dei concetti e dalla fede nella verità assoluta, per lanciarsi nell’incertezza e nell’imperfezione,per reinventare la propria esistenza.

Il dadaismo dunque non era un semplice movimento artistico, ma era una particolare attitudine spirituale nella quale il gesto, la provocazione, la reazione erano più importanti dell’opera stessa. Niente di più facile in una società perbenista ed estremamente ipocrita. Ed in tal modo lo scandalo diviene la chiave per aprire le porte al Dadaismo e per riscoprire la vita in tutta la sua pura autenticità. A questo scopo nel 1916 Baargerd ed Arp, entusiasmati dal successo Dada, allestirono una mostra indecente, sacrilega, estremamente volgare, che esprimesse tutto il loro disgusto: per accedervi era necessario attraversare i gabinetti di servizio, mentre al suo ingresso una ragazza vestita da prima comunione recitava versi osceni. In mezzo al cortile il pubblico con una scure era invitato a distruggere una scultura di Ernst e nella sala principale vi erano esposti fotomontaggi, quadri ed opere a sfondo sessuale, eccessivamente indecenti per il gusto puritano dei borghesi.

Dada negava in modo assoluto non soltanto la società, ma tutto ciò che era radicato alla tradizione e alla vita dell’uomo. Il processo innescato da quel termine di quattro lettere due sillabe e nessun significato consisteva nel negare per superare, distruggere per ricreare e così, con la violenza di un uragano, il movimento si scagliò furiosamente su tutto ciò che incontrava: la bellezza eterna, il pensiero unico, l’universalità dei modelli, l’omologazione dell’arte.

Ed in questo gioco perverso di annientamento e creazione, i dadaisti, tentando di far rinascere l’arte dalle sue stessi ceneri, la liberarono dalle costruzioni razionali e dai canoni estetici. Essa di fatti era lasciata al caso, il quale dirigeva l’artista e componeva l’opera. Ad esempio pescando da un sacchetto delle lettere di giornale, precedentemente ritagliate, e disponendole nell’ordine in cui vengono estratte si dava vita ad una poesia. In questo modo essa nasceva spontaneamente in totale assenza di regole e questa casualità nell’arte e nella vita si contrapponeva duramente alla mentalità razionale e pragmatica borghese.Perciò Dada fu il nero dove tutto era bianco, fu contraddizione e ribellione, anticonformismo ed atemporalità. I dadaisti inoltre si posero in netta opposizione con la società consumistica e con l’economia capitalistica, scegliendo, in modo decisamente provocatorio, di non produrre opere d’arte, ma semplici e rozze fabbricazioni. Per cui un orinatoio divenne una produzione artistica, così come un ferro da stiro, una ruota di bicicletta o una scimmia in una cornice o perfino una Monnalisa con i baffi.

Ma il dadaismo, sebbene il suo successo iniziale, era un movimento destinato a svanire con la stessa rapidità e casualità con cui si era formato. In fondo il Dada era nato come rimedio immediato ad un’insofferenza generale, era semplicemente un farmaco prescritto in una situazione di emergenza, efficace, ma non infinito, ed anche i suoi fondatori ne furono consapevoli. Dunque in assoluto silenzio, nel 1923, DADA incontrò la sua fine.

 ” Libertà: DADA DADA DADA, urlio di colori increspati incontro di tutti i contrari e di tutte le contraddizioni, di ogni motivo grottesco, di ogni incoerenza: LA VITA.”   (Tristan Tzara, Manifesto 1918)