di Enrico Nadai

Nel corso del tempo non tutti i guerrieri lottarono con armi tradizionali; questo gli italiani (e non solo), da buoni conoscitori dell’arte, lo sapevano a menadito. Non c’è da meravigliarsi se in passato ci fossero uomini che animavano il sentimento patriottico, rivoluzionario o religioso, ricorrendo alla foga creativa. Facendo un breve salto indietro e spostandoci alla Francia del 1784, possiamo riflettere su uno degli esempi più emblematici di tutta la storia dell’arte: “Il Giuramento degli Orazi” di Jacques Louis David. L’opera fu determinante per la rappresentazione degli ideali di coraggio che animarono la Rivoluzione Francese e che causarono la perdita della testa a quell’uomo paffuto e un po’ goffo nei suoi abiti regali, che i libri di storia ci descrivono malcelando la sua citrullaggine: Luigi XVI. Tornando però all’interno dei nostri confini geografici, retrocedendo di altri due secoli (1548), precisamente a nord-est del Bel Paese, troviamo la figura di un letterato: Pietro Aretino, che in un’epistola indirizzata all’ormai celebre artista Sansovino – celebrato per i suoi lavori di ristrutturazione presso la Piazza di S. Marco – annuncia l’arrivo di un uomo “menuo de carne” (secondo la descrizione di Giorgio Vasari) che stava emergendo considerevolmente tra i pittori “in gara” nella Serenissima.

Il suo nome era Jacopo Robusti detto Tintoretto. Il bacino di approfondimento che aveva influenzato la sua formazione artistica variava da Michelangelo a Raffaello fino a giungere a Tiziano; quest’ ultimo pare che dopo averlo inserito a bottega per favorirne l’apprendistato, lo cacciò per l’invidia in seguito alla visione di alcuni disegni. Quando nel 1519 Tintoretto venne al mondo, un “omo sanza lettere”, morì: Leonardo da Vinci. Nel frattempo a Wittenberg, in Germania, si verificò una considerevole svolta religiosa: Martin Lutero fece nascere il movimento protestante. L’importanza di questa svolta religiosa fu determinante anche per l’Italia che volle però immediatamente combattere il burrascoso insorgere del protestantesimo; ecco che Jacopo, favorito dal clero veneziano, diede il suo contributo di raffinato “depentor” armonizzando l’impegno civile con lo spirito religioso.

Tintoretto fa emergere uno stile poderoso, che dal periodo più maturo della sua carriera risalente al 1562, farà trasudare tutta la sua drammaticità. Mengs nelle sue “Opere” datate 1780, affermò che il vizio era la virtù della scuola veneziana, poiché “fa pompa della sollecitudine nel dipingere”. Eppure il Tintoretto dei vizi ne sapeva ben poco, animato dall’ accoramento religioso e poetico svelato nella sua pittura attraverso una profonda visionarietà condotta ad equilibrio per mezzo della purezza del suo naturalismo. Dal 1562 i suoi talari saranno distinguibili per il luminismo cupo, come quello visibile nel “Crocefisso” e nella celebre “Ultima Cena” del 1594. Il “Tintorello”, così come lo nominò l’Aretino, fu quindi una cerniera tra il Manierismo e il successivo Barocco che volle far trionfare la volontà della Chiesa di esibire la sua grandezza attraverso la ritrovata grandezza controrivoluzionaria. Peintre maudit? Secondo alcune leggende per nulla accertate, si. Per noi più semplicemente un uomo che alla fede religiosa accostò la fede verso quella Repubblica di Venezia che anche se colpita da diverse guerre, restava sempre un esempio di irripetibile bellezza in un ambiente in cui si respirava il profumo diffuso del mecenatismo, figlio della rigogliosa cultura rinascimentale. E’ incredibile, ma oggi come allora, è visibile come i Veneti credano ancora in maniera indefessa nei loro mezzi organici e di fondamento comunitario identitario.