Riconoscersi nell’altro, nella diversità, è sempre un atto complesso, a volte praticamente impossibile. Sia esso diverso per ragioni sociali, culturali o anatomiche, la reazione istintiva è sempre quella di discostarsene, evitando il contatto fisico o anche solo di sguardi. A volte vi è perfino una sensazione di ribrezzo, accompagnata da una volontà di reazione che intende umiliare per allargare quel divario, per evidenziare una profonda differenza tra ciò che si è (o che si crede di essere) e ciò che si vede. Vi può essere disgusto, derisione, offesa, indifferenza. A volte addirittura odio, fomentato dal gruppo, dalla comunità, che può sfociare in violenza e morte. 

È sempre stato maledettamente difficile esporre la propria identità, privata e sociale, soprattutto se ritenuta irricevibile dal resto del gruppo, quando non raccapricciante almeno equivoca. La fotografia, in tal senso, è sempre stata un’arma non facile da gestire. Né la pittura, né la scultura, neanche il cinema, sono mai riusciti nell’intento di catturare quelle sensazioni attraverso un solo ritratto, perché sempre affiancati da un’aura di finzione che la fotografia, per ragioni tecniche e storiche, deve perdere tuttora. La diversità, in fotografia, perde il divertissement del grottesco, così presente negli artisti dal Cinquecento in poi, perché appare reale, quindi ancora più deprecabile, giungendo ad una vicinanza che dai più viene respinta.

Untitled © The Estate of Diane Arbus

Nel 1971 Diane, nata Nemerov a New York nel 1923, muore Arbus a Greenwich Village, spinta al suicidio dalla depressione, rafforzata dall’imbarazzo di una società che le dava spazio esclusivamente in quanto fotografa dei freaks e non in quanto ritrattista dell’umano. È certo perdonabile Anders Peters perché “i suoi” reietti sono chiusi in un bar sperduto di Amburgo, è sicuramente giustificato Weegee che ravana nel cuore criminale di una New York notturna, è ovviamente scusabile Nan Goldin che s’aggira col braccio bucato tra braccia bucate nello squallore di appartamenti che no, non sono certo quelli della buona borghesia. 

Diane Arbus è un’altra cosa, fa parte di un’altra categoria. Non s’addentra nello schifo per tirar fuori lo schifo. Diane fotografa quello che Francisco Goya avrebbe dipinto. Diane, per questo, non può essere accettata, sicuramente non in vita.

Circondata come tutti gli artisti “maledetti” da un’aura di leggende e racconti bizzarri, non ultimo quello che narra degli sputi ricevuti dalle sue fotografie durante l’esibizione del 1965 al MOMA di New York che l’aveva vista tra i protagonisti delle nuove acquisizioni del museo, la Arbus resta un mistero profondo che può essere solo in parte rivelato da interviste altrui e ovviamente le foto da lei scattate, quelle fatte però “con lo stomaco” e non “per lo stomaco”, come le aveva insegnato Lisette Model, altra talentuosa fotografa e sua mentore.

Un nuovo sforzo fatto per schiarire le ombre su questa figura quasi mitica nell’olimpo della fotografia è arrivato a compimento con la pubblicazione e l’esibizione di una serie di immagini, alcune delle quali mai mostrate prima di qualche mese fa. Il titolo (o meglio, il non-titolo, passatemi il gioco di parole) dato a questa serie, ed al rispettivo libro, pubblicato da Aperture, è Untitled: 51 fotografie, scattate tra il 1969 e il 1971 a ritardati mentali ospitati in istituti e residenze apposite, che esprimono contemporaneamente lo stile riconoscibile dell’autrice e contemporaneamente una visione profondamente cambiata, quasi stravolta.

Untitled © The Estate of Diane Arbus

È un grande incompiuto, un progetto che avrebbe potuto essere e quindi non è del tutto. Difficile distinguere le fotografie che Diane avrebbe scelto per farne un libro, difficile capire dove volesse arrivare, difficile seguire il perché delle modalità diverse di fotografare tra immagini nitide contrapposte ad immagini mosse e sfocate, l’uso della luce naturale contro la luce d’interni o addirittura del flash diretto. Eppure, è tutta lì la nuova Arbus, quella che ha abbandonato definitivamente la ricerca dell’imperfezione rivelatoria per esplorare finalmente quell’innaturale naturalezza che è parte di tutti, ma non davanti un obiettivo puntato.

Diane Arbus prende in mano la sua nuova Pentax 6×7 e si avvicina ad un mondo altro, fuori da ogni somiglianza a quello a noi conosciuto; se dapprima cerca di conoscere i suoi nuovi soggetti nelle loro stanze, provando ad addentrarsi nella loro intimità, ben presto capisce che non è quello il suo vero obiettivo: la fotografa dei freaks non deve più raccontare nulla, non deve presentare più alcuna particolarità umana, non vuole più autoritrarsi nell’altro. Decide allora di immortalare i suoi soggetti all’aria aperta, dove si respira la possibilità di creare un mondo nuovo, libero, dove la casualità degli accadimenti sia parte fondamentale dell’opera, al contrario di tutto il suo lavoro precedente. Se già nei lavori precedenti, la fotografa riusciva ad adeguarsi alla situazione che gli si presentava, adesso è quasi totalmente assente dalla scena, al punto da somigliare più ad un reporter: non c’è nient’altro che istinto e quindi un’immediatezza viscerale, umana, vera, che contempla scene immaginifiche eppure così reali. Nelle fotografie di Untitled infatti non di rado troviamo oggetti finiti sullo sfondo per caso, persone che passano senza badare alla fotocamera, addirittura parti del corpo di soggetti che in qualche modo la Arbus cerca di includere nell’inquadratura, quasi a mostrare la finitezza di ciò che l’artista può vedere e, di conseguenza, mostrare, ma anche più semplicemente la permeabilità della sua visione al mondo esterno che, per quanto possa venire isolato, nascosto, ignorato, è in grado di esserci e per questo trasformarla.

“Finally I found what I’ve been searching for” è una delle poche dichiarazioni della fotografa a riguardo di queste ultime fotografie, come se, dopo anni di ricerca negli occhi dell’altro abbia davvero trovato l’altro che cercava e non più sé stessa, cioè una donna al contempo adorata e dannata.

Untitled © The Estate of Diane Arbus

Il mondo di Diane Arbus, in questo ultimo progetto, si trasforma, diventando un luogo quasi magico, forse addirittura mistico, dove non c’è disperazione, non ci sono rabbia né risentimenti, ma un’immensa meraviglia e una naturale inquietudine che ricorda quella del primo e non dell’ultimo Goya. C’è lo svolgersi della vita in occasioni di festa (Diane Arbus si reca appositamente nei periodi di Pasqua e Halloween), dove la maschera indossata non è quella quotidiana e quindi non ha nulla da nascondere, ma anzi rende il soggetto una creatura che trasmigra dal mondo circostante e si fa quasi etereo, una sorta di spirito inconoscibile. Ecco allora che la Arbus non sa come affrontare quello che per la prima volta gli si presenta come il soggetto ideale per i suoi ritratti, l’altro non ad un modello sociale prestabilito, ma l’altro vero, il diverso appartenente ad una differente realtà, irraggiungibile se non attraverso una predisposizione più o meno naturale ad accettarla. Le persone fotografate sono solo un mezzo per arrivare non più a capire se stessa, bensì qualcosa che solo a pochi è stato dato di vedere e, ancor meno, rappresentare.

Diane non riesce più a guardarsi negli occhi, non riesce più a convivere con sé e quello che è diventata e allora si ritrova a creare questo universo parallelo fatto di persone affette da sindrome di down o da grave ritardo mentale immerse in un’atmosfera onirica, tra uno strano sogno idilliaco e l’incubo sfuggente che pure aleggia, ombra costante anche in mondi così diversi dal nostro.

Untitled © The Estate of Diane Arbus

Diane Arbus si ucciderà durante questa sua nuova ricerca, lasciando incompleto questo suo tentativo di addentrarsi in una realtà davvero alternativa. O forse no, non è davvero incompleto: Untitled resta il vero testamento di uno dei fotografi in grado di ispirare di più nella storia perché va oltre il riconoscersi nell’altro, riconoscendo la diversità in quanto tale e, così facendo, riuscendo a celebrarne la sua bellezza intrinseca, il mistero dell’irraggiungibile, l’inquietudine dell’inconoscibile, il mito di un’immortale immanenza.