I recenti casi di abusi e molestie che hanno sconvolto la cinematografia internazionale ci impongono una riflessione sul penoso stato in cui versa il mondo dell’arte ai nostri giorni, va da sé che la cinematografia non è rappresentativa di tutte le discipline artistiche ma rimane la più influente a livello mediatico ed economico. Dunque come siamo potuti passare dalla cortese campagna provenzale al torbido sottobosco hollywoodiano? In che modo la donna, musa e fonte d’ispirazione primaria per ogni artista, si è trasformata, volutamente o meno, in mero prodotto commerciale?

1) Jane Morris, modella e musa ispiratrice dei preraffaelliti;

2) Jane Morris ritratta in “The day dream” di Dante Gabriel Rossetti (1880)

Per cercare una risposta occorre innanzitutto individuare cos’è l’arte, quando cioè un’opera può essere definita artistica e quando invece siamo davanti ad un semplice articolo di mercato. Questo processo di discernimento ci porta inevitabilmente in presenza di una divaricazione: da una parte abbiamo la tecnica profana, dall’altra l’ars tradizionale che possiamo, e dobbiamo, definire sacra laddove, come affermava il tradizionalista Guido De Giorgio, diventa espressione delle facoltà umane trasposte nel divino e integrantisi in un piano quindi essenzialmente superumano. Infatti in questo caso l’arte è una purificazione redentrice che ristabilisce il ritmo creativo offuscato e trascurato dalle preoccupazioni della vita ordinaria. Dunque nel pensiero tradizionale, l’opera artistica correttamente intesa, non solo si discosta dalla tecnica meccanica ma diventa rampa di lancio per un percorso spirituale che, seppur parzialmente, ci libera da quell’angosciante orizzonte del viver ch’è un correre a la morte.

In virtù di questo slancio creativo l’artista procede con un approccio all’opera radicalmente diverso rispetto al criterio di produzione contemporaneo. Da una parte ci si pone come meta ultima la conquista della Verità, dall’altra l’obiettivo finale è rappresentato dal coinvolgimento di quante più persone possibile, se nel passato gli artisti rimanevano aderenti ad una realtà feconda che confluiva e saliva verso il superumano, oggi assistiamo all’effusione di un gusto personale e individualistico che è sterile e profano. I risultati sono angoscianti e sotto gli occhi di tutti, l’esempio più calzante è rappresentato dall’architettura delle chiese moderne, ciò che un tempo dai pavimenti cosmateschi alle altissime guglie gotiche rappresentava un’opera artistica organica e integrale, oggi viene costruito superficialmente, meccanicamente, il risultato sono chiese larghe e spaziose ma prive di identità, spente, senz’anima: il trionfo della tecnica utilitaristica.

Esempio di stile cosmatesco nella Basilica di San Giovanni in Laterano

Esempio di stile cosmatesco nella Basilica di San Giovanni in Laterano

La visione contemporanea della donna non si discosta da questo processo di decadimento anzi, sotto un aspetto squisitamente artistico, è forse ancora più indicativa dello scollamento tra l’artista e la verace pulsione creativa. La donna-musa, scaturigine ispirativa nel corso dei secoli di innumerevoli poeti, pittori e compositori, è oggi totalmente assente. Tale mancanza non è di poco conto poiché la donna ha rappresentato una sorta di pedana da cui lo stesso artista prendeva lo slancio per raggiungere l’ideale di Bellezza che si era precedentemente fissato. Sotto questo aspetto il filosofo francese Henry Corbin, arriva ad affermare:

Colei che fu per Ibn ‘Arabi alla Mecca ciò che fu Beatrice per Dante, fu, certo, una giovane donna reale, ma nello stesso tempo, come tale, fu anche “in persona” una figura teofanica, la figura di Sophia aeterna (la stessa figura che alcuni compagni di Dante invocavano come Madonna Intelligenza).

Col passare degli anni questa visione della figura femminile, dapprima intesa come musa e poi come dama, è stata erroneamente relegata dall’immaginario collettivo ad un passato remoto, quasi come se riguardasse esclusivamente le cosiddette discipline artistiche tradizionali e fosse improponibile nei nuovi contesti artistici fotografici e cinematografici. A causa di questo fraintendimento viene a crearsi un solco che diventerà pian piano quasi insormontabile ma in realtà, essendo di natura metafisica il tema della donna angelicata non può essere costretto in limiti spaziali e tanto meno temporali. A confermarcelo è la Confraternita dei Preraffaelliti, che lo ha riproposto tra la metà e la fine dell’ottocento integrandolo nella più recente arte fotografica.

Ione - John William Godward (1896)

Ione – John William Godward (1896)

La grande intuizione del sodalizio artistico inglese è rappresentata proprio dalla volontà di riappropriazione di quei miti eterni scolpiti nell’inconscio collettivo dei popoli europei e di una loro riproposizione audace e priva di complessi accademici. Per questo le modalità con cui nella metà dell’ottocento i preraffaelliti si sono accostati alla neonata disciplina fotografica sembrano sorprendentemente anticipare le affermazioni del francese Guillaume Faye, che nel suo libro Archeofuturismo scrive:

Bisogna riconciliare Evola e Marinetti, […][riprendere] il pensiero organico, unificante e radicale di Friederich Nietzsche e Martin Heidegger; pensare insieme la tecno-scienza e la comunità immemorabile della comunità tradizionale. Mai l’una senza l’altra. Pensare […] l’uomo europeo a un tempo come il deinatatos (“il più audace”), il futurista, e l’essere di lunga memoria.

Da un lato dunque l’accettazione delle nuove sfide tecnologiche dall’altro l’ancoraggio con spirito ed anima ad una comunità tradizionale ed organica perenne. Fu proprio questo l’approccio che Dante Gabriel Rossetti, fondatore dei Preraffaelliti, ed i suoi sodali ebbero con la fotografia; la Confraternita di artisti londinesi percepì immediatamente il potenziale delle qualità chiaroscurali nella resa delle ambientazioni e seppe approfittare della rapidità di ripresa che il trattamento al collodio forniva alla fotografia, accostando più immagini per fotomontaggi.

Ecco che la camera fotografica diveniva strumento di ricostituzione visiva della realtà e delle sue suggestioni rappresentative in un singolare accostamento di fattuale e immaginario, di verace e magico. Fotografi come Henry Peach Robinson e Julia Margaret Cameron integrarono le pionieristiche tecniche fotografiche con i temi cari all’arte tradizionale come il ciclo arturiano e la ricerca del Graal nonché la poesia dantesca e quella shakespeariana. Materie che partendo da una morale della natura puntano dritte ad una Verità assoluta, superumana e dunque divina.

L'attrice shakespeariana Ellen Terry ritratta in "Tristezza" - foto di Julia Margaret Cameron (1864)

L’attrice shakespeariana Ellen Terry ritratta in “Tristezza” – foto di Julia Margaret Cameron (1864)

La differenza rispetto all’impronta della figura femminile nelle opere attuali è totale. La donna viene oggi psicanalizzata, spiegata e soprattutto esposta, manifestata in ogni sua parte fisica e mentale, si ha cioè la presunzione di voler raccontare dall’esterno ciò che invece dovrebbe essere un moto d’ispirazione prettamente spirituale e che, proprio per questo, non può essere conosciuto scientificamente, al contrario lo stesso Dante a proposito di Beatrice scrive:

Mostrasi sì piacente a chi la mira che dà per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender no la può chi no la prova;

la modernità ha quindi privato l’artista di quel processo creativo tradizionale che si origina nella parte interiore dell’uomo per irradiarsi all’esterno, favorendo invece un processo scientifico che al contrario procede dall’esterno verso un interno inesistente che ha solo funzione di parvenza. Ecco che la donna perde il suo ruolo teofanico di musa e dama per divenire oggetto comune e l’uomo, ancora più in basso, privato dello spirito, viene definitivamente soggiogato dalla materia in un contesto di abbrutimento generale.