Giuliano Macca è un promettente artista contemporaneo. Nato a Noto (SR) nel maggio dell’88, dall’assolata terra natale si fa strada con la sua pittura attraverso un mondo, quello dell’arte, in cui è (ed è sempre stato) estremamente difficile emergere e destreggiarsi. Basta osservare un suo dipinto, però, per capire come faccia: i soggetti che immortala, i volti delle tante donne che popolano il suo pantheon ideale di eterno femminino, si stagliano stranianti su un fondo volutamente “sporcato” e attraverso l’indeterminatezza delle linee, sfocate e sdoppiate quasi a significare la moltiplicazione dell’io, giungono gradualmente a riappropriarsi della loro più intima essenza. Lo spettatore si ritrova così, di punto in bianco, immerso in un’atmosfera d’incanto: scruta l’opera, prova a carpirne il segreto e allo stesso tempo si sente scrutato, si ritrova nudo e disarmato di fronte ad essa. A pochi giorni da Cuori di Cristallo, la mostra personale “più grande della mia vita”, confessa con contagioso entusiasmo Giuliano, presentata da RVB ARTS a partire dal 16 e 17 maggio, Antonio Migliozzi lo intervista per l’Intellettuale Dissidente.

Giuliano, il tuo primo incontro con l’arte?

Quando avevo circa sei anni. Entrambi i miei nonni facevano parte del mondo dell’arte, posso dire di avere avuto la possibilità di respirare da sempre quell’atmosfera: uno era il direttore di un piccolo museo nel mio paese, Modica, l’altro invece dipingeva. In occasione della prima comunione mi regalarono un cavalletto, delle tele, pennelli e colori ad olio. Iniziai subito a copiare delle opere di Van Gogh da una rivista e da allora non ho più smesso di dipingere.

Hai citato Van Gogh: è uno degli artisti che prediligi?

La scelta di Van Gogh da bambino è stata casuale. Amando l’arte ovviamente lo apprezzo molto e lo rispetto, ma non potrei inserirlo tra quelli che mi hanno segnato. Prediligo principalmente Goya, Tranquillo Cremona, Picasso, Velazquez, Guido Reni. Sono artisti che riescono sempre ad emozionarmi, ogni volta che osservo una loro opera trovo qualcosa di nuovo, di sorprendente.

Se il contemporaneo sembra ormai puntare a un’arte prettamente concettuale, tu hai scelto invece di tornare al figurativo, come mai?

Lo scopo della mia pittura è documentare il nostro contemporaneo, quello che accade intorno a noi e quello che sta accadendo dentro di noi. Per farlo sento l’esigenza di riversare tutto dentro un volto che sappia comunicare qualcosa in maniera diretta, un ritratto che, per come lo concepisco, sia un “giornalista del contemporaneo”. È necessario, però, il recupero della tecnica, un ritorno al passato per attualizzarlo.

La tua è una critica alla modernità?

Direi più all’utilizzo della modernità.

Cosa intendi dire?

Che non trovo nulla di male nella modernità in sé per sé, se fosse accompagnata, però, dall’umanità. L’evoluzione fa parte di ognuno di noi, anche la mia pittura si evolve continuamente insieme alla mia vita e questo sia dal punto di vista tecnico-stilistico che morale. Nel mondo contemporaneo, però, mi sembra si sia perso qualcosa e forse la tecnologia è arrivata a surclassare l’umanità. Ciò per cui credo valga la pena vivere, cioè l’amore, l’amicizia, la genuinità delle emozioni, viene spesso dimenticato.

Dunque l’arte può essere un messaggio di speranza? Può salvarci?

Pensare che l’arte ci possa salvare è una cosa bellissima e personalmente ci credo, ma questa convinzione non deve diventare un’ossessione. La pittura è un veicolo di riflessione, una protesta silente che offre un rifugio, una boccata di ossigeno che permette di respirare. Va di pari passo, però, con la bellezza del mondo che bisogna riscoprire per salvarsi.

Sei più il nuovo che avanza o più il vecchio che ritorna?

Il vecchio che avanza.

Una parola per definire la tua pittura.

Feroce.

Perché feroce?

Perché la ferocia è impulso, esigenza espressiva, esplosione di ciò che ho dentro, di ciò che tutti abbiamo dentro. Con ferocia affronto i miei temi e ferocia voglio abbiano i miei soggetti.

A proposito di soggetti, ritrai dei volti che sembrano trasmettere tristezza, sofferenza, angoscia.

Se i miei soggetti trasmettono tristezza è perché sono convinto che in fondo tutti siamo un po’ tristi, anche se non vogliamo ammetterlo. Nessuno ha ancora imparato a mentire con gli occhi ed io sono un buon osservatore, un bravo giocatore al poker della vita. Intendo la sofferenza, però, come un male necessario, un dover sbagliare per poter non risbagliare in futuro.

E perché un fondo volutamente “sporco”?

In realtà è tutta la mia pittura ad essere “sporca”. Attraverso i soggetti che ritraggo e le scene che rappresento voglio fissare sulla tela l’umanità che è in ognuno di noi e che spesso si nasconde dietro l’immagine che ci siamo costruiti. Noi tutti siamo “sporchi”: le esperienze della vita ci sporcano, poi ci puliscono e infine tornano a sporcarci. Per cogliere la verità bisogna andare oltre l’esteriorità.

Nei tuoi quadri sembra ci sia anche molto del vissuto personale. Una parola, allora, per definire te stesso.

Usato.

In che senso?

Nel senso di usato dall’arte. A volte mi rendo conto, riflettendo, di essere quasi una sorta di tramite tra ciò che io vedo e ciò che la mia sensibilità artistica, che giornalmente mi fa vivere e mi uccide, riesce a vedere ed esprimere su tela.

Una sensibilità che negli artisti è spesso al di fuori del comune. Credi che l’arte sia fruibile a tutti?

Credo che l’arte possa arrivare a tutti. Una persona particolarmente sensibile sarà colpita dal soggetto, un’altra magari dalla scelta dei colori, ma il bello della pittura è proprio questo: ciò che l’autore inizia il fruitore completa. Onestamente non penso molto a cosa possa trasmettere una mia opera: seguo l’istinto, l’esigenza di dipingere, di liberarmi e buttare fuori ciò che ho dentro.

Parlaci della tua ultima mostra, Cuori di Cristallo.

Tutte le mie ricerche confluiscono nel titolo Cuori di Cristallo, una metafora di fragilità. Il cristallo, inoltre, richiama alla mente i bicchieri e quindi la vita dei bar e dei locali notturni che sin da piccolo ho avuto modo di vivere per motivi personali. Osservarne i frequentatori mi ha sempre trasmesso un senso di estrema tristezza e solitudine, l’idea del tempo che passa per non tornare più. Il bar è spesso un rifugio, come l’alcool un pretesto per farsi forza a non pensare, e non a caso quando i bicchieri sono pieni, i cuori sono vuoti e, viceversa, quando i bicchieri sono vuoti, i cuori sono pieni. Le mie opere mostrano l’amarezza della solitudine, degli addii, il rimorso per il tempo perduto, per i baci che non torneranno più, insomma, in generale tutti i sentimenti che animano questi luoghi. Voglio offrire ad ognuno la possibilità di uno sguardo al passato per riscoprire ciò che ha perso.