Il cielo si riflette in rettangoli perfetti, che sembrano formare una griglia metallica di una prigione infinita, talmente grandiosa da riuscire a contenere l’immensità celeste. Monumenti a sua divinità l’Uomo, piramidi di vetro e acciaio, cattedrali nel mezzo di città talmente brulicanti di vita da essere deserti d’asfalto. Dal 2009, Giovanni Presutti, fotografo classe 1965, dedica le proprie energie a un progetto colossale, portando a compimento un’enciclopedia dell’architettura contemporanea europea attraverso una fotografia non certo celebrativa, ma anzi profondamente critica. In Contemporanea (edito da Oscar Riera Ojeda Publishers), i paesaggi metafisici di Gabriele Basilico, rappresentazione delle trasformazioni sociali ed economiche in atto nelle città da lui fotografate, lasciano il posto a una visione nuova, dove gli edifici si isolano dallo spazio circostante per divenire l’unico luogo possibile. L’opera architettonica costituisce la sola ed unica entità presente, estremamente ingombrante, e non lascia alcuna facoltà all’occhio di poter osservare linee che non siano frutto delle capacità ingegneristiche dell’essere umano ultramoderno, perfino laddove siano presenti spontanee (o non) forme di vita naturali, spesso schiacciate e compresse sotto il peso della monumentalità artificiale.

Contemporanea – Pays Bas

Contemporanea – Pays Bas

Presutti non va a fotografare Dubai o Singapore o Las Vegas, città simbolo di un bisogno narcisistico del capitale, dove non v’è più storia o tradizione (o dove non vi è mai stata),  ma solo futuro e progresso, in un delirio d’onnipotenza pronto a implodere e far crollare tutto su se stesso; non cerca la bellezza o l’orrore nelle costruzioni moderne, ma segue un percorso d’indagine su una società, quella europea, che sta abbandonando la propria identità storica e sociale per adeguarsi alla globalizzazione e all’identità unica, cercando addirittura di farsene baluardo. Ritraendo edifici costruiti negli ultimi dieci anni nelle più importanti città europee, Presutti si concentra sulle caratteristiche che accomunano il soggetto (perché, sostanzialmente, di unico soggetto trattasi) che si rivelano essere le stesse di una società profondamente cambiata.

L’immagine si riempie di linee e forme che ne occupano ogni millimetro quadro, non lasciando intravedere altro, se non quando essenziale al gioco di prospettive. Il cielo e lo spazio diventano oggetti subalterni alla grande creazione presentata, protagonista incontrastata, abbandonando così la meditazione metafisica, riducendo l’attesa e la sospensione a un febbrile e ansiogeno dinamismo geometrico. Se infatti i paesaggi urbani di Mario Sironi si sviluppavano in un vuoto contemplativo, le architetture ricostruite da Presutti fotografano perfettamente l’ideale superegoistico della città contemporanea, centro nervoso e nevrotico del mondo, alpha e omega del vivere odierno. Il rigore formale della tecnica fotografica sviluppata in anni d’esperienza, riporta i volumi e le superfici degli edifici presentandone la volontà di perfezionismo, il bisogno eccessivo di apparire come idoli di una bellezza irraggiungibile, la stessa inseguita quotidianamente dalla fotografia social, violentata costantemente da ‘filtri insta’, che segue schemi fissi, in una ripetizione autistica dove pochi impongono l’estetica imperante.

Paesaggi urbani: Mario Sironi e Gabriele Basilico

“Appare evidente come, parallelamente ad una società contemporanea 

sempre più rivolta a prendersi cura della esteriorità, i ‘manufatti’ 

della stessa, anche i più complessi, seguano lo stesso percorso”

Le archistars sono coloro i quali danno forma alle città odierne, presentando non più un modello che si adatta all’ambiente, seguendo l’ideale di un’architettura vivibile in uno spazio del quale far parte, con il quale entrare in sintonia, ma un’idea di architettura onanistica, ego che si fa acciaio e cemento.

L’individualità si fa centrale, il resto del mondo sparisce: non v’è più un luogo da vivere appartenente a una società con una storia e una cultura particolari, ma un piano vuoto sul quale sviluppare il modello unico dell’Uomo Nuovo, perfetto e protratto illusoriamente all’immortalità.

Contemporanea – Italia

Contemporanea – Italia

 

Foster e i suoi cetriolini che sbucano ovunque, Calatrava e i suoi ponti che non sorreggono neanche il loro stesso peso, Libeskind e i suoi spigoli che sfregiano i cieli di mezzo mondo. L’effetto estetico resta l’unica cosa che dà valore alla costruzione, elogiando più di ogni altra forma d’arte il paradosso del sistema vigente. Le città, prima agglomerati vitali dove le culture nazionali abbracciavano gli uni agli altri, creando comunità, si trasformano in tele dove l’artista non s’ispira al paesaggio circostante, ma solo ed esclusivamente alla propria egoistica visione.

Ecco che Milano diventa Londra che è uguale a Parigi che sembra Madrid che ha ormai la stessa mappa di Amsterdam.

In ogni paese troviamo idee e materiali simili, molto spesso non legati alla tradizione locale, tanto che non sarebbe facile, se non lo si sapesse, contestualizzare un edificio in una determinata nazione invece che in un’altra.

La comunità allora si sfalda, perché non ritrova più punti di riferimento collettivi: restano solamente individualità apolidi, sradicate, che si uniformano e rendono la società più frammentata, più fragile, più debole. L’identità lascia il posto all’omogeneità, le culture non si mescolano arricchendosi, ma si impone la cultura unica del globalismo, cancellando tutto ciò che ha formato la civiltà europea per lasciare il posto ai monumenti celebrativi del potere globale.

Viaggiando ci s’accorge che le differenze si perdono: ogni città va 

somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma, ordine, distanze, 

un pulviscolo informe invade i continenti.

Contemporanea – London

Contemporanea – London

Le visioni di Calvino ne Le città invisibili paiono sempre più reali e Giovanni Presutti le trasforma in fotografia, presentando un’Europa allo sbando che, invece di prendere forza dalla propria storia e dalle proprie tradizioni, si disintegra asservendosi all’universalità del capitale, diventando un continente qualunque, in un mondo qualunquista.