New York, nel quartiere Chelsea, tra la High Line e l’Harbour del fiume Hudson, presso la galleria Hauser & Wirth sono esposte, ancora per un mese, le opere di Piero Manzoni in due mostre collegate: Materials of his time e Lines. La doppia mostra, curata da Rosalia Pasqualino di Marineo, direttrice della Fondazione Piero Manzoni, dopo il successo ottenuto a Los Angeles con Piero Manzoni. Materials of his time, affronta in maniera pressoché esaustiva il percorso esplorativo compiuto dall’artista italiano in merito alla scoperta e all’utilizzo della Materia e allo sviluppo del concetto delle cosiddette Linee, opere realizzate con frammenti di segni pittorici creati, definiti e misurati dall’artista in quanto espressione non solo filosofica della volontà dell’Uomo di Essere nel tempo. 

Le esposizioni sviluppate secondo due piani principali delle creazioni artistiche manzoniane, i Materiali e le Linee, pur non proponendo in toto l’opera dell’artista (che affronta anche argomenti come la fisicità corporea, la luce, il Vuoto e il cibo inteso nella sua essenza artistica), consentono tuttavia di far rivivere appieno lo spirito che animava la ricerca continua e l’apertura mentale di Manzoni. 

© Fondazione Piero Manzoni, Milan Courtesy the artist and Hauser & Wirth Installation view, ‘ Piero Manzoni . Lines , ’ Hauser & Wirth New York, 22nd Street, 2019. Photo: Thomas Barratt

© Fondazione Piero Manzoni, Milan Courtesy the artist and Hauser & Wirth Installation view, ‘ Piero Manzoni . Lines , ’ Hauser & Wirth New York, 22nd Street, 2019. Photo: Thomas Barratt

© Fondazione Piero Manzoni, Milan Courtesy the artist and Hauser & Wirth Installation view, ‘ Piero Manzoni . Lines , ’ Hauser & Wirth New York, 22nd Street, 2019. Photo: Thomas Barratt

All’inizio degli anni Sessanta, Manzoni negava che l’Arte fosse ancora divisa tra il percorso figurativo e quello astratto-informale e andava oltre la vecchia pittura superando il confine della tela e della carta: il suo scopo era la ricerca di un nuovo linguaggio artistico assoluto. Le sue sperimentazioni del resto si basavano sulla convinzione che la pittura e i  problemi pittorici, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, non facessero più parte del ciclo culturale moderno ma che fossero morti da tempo grazie all’ardire di alcuni giovani come lui che inseguivano un nuovo linguaggio artistico mirato alla trasformazione totale dell’Arte e che li portava a usare solo materiali (pensieri e forme) della loro epoca – come scrisse Manzoni stesso in risposta a un’inchiesta sulla pittura destinata a essere pubblicata sull’Almanacco Letterario Bompiani 1960. Per questo le esposizioni newyorkesi offrono ai visitatori l’opportunità di percepire come non esista un unico codice di lettura per le creazioni manzoniane, così come sia difficile identificare Manzoni con l’utilizzo di un solo materiale o di una tecnica specifica, caratteristica questa che accomuna anche altri artisti del suo tempo.

In realtà, grazie alle opere esposte, il visitatore può cogliere cosa significasse per Manzoni vivere e sperimentare il concetto, per altro astratto, dell’Arte tramite l’uso di nuovi materiali a volte inusitati, a volte mai visti, come polistirolo, fibre artificiali, caolino, gesso, ovatta, cotone, sassi, pane, carta da pacco e vetro. Il suo essere Artista era infatti l’espressione di un serio ludere, un giocare con l’Arte, che coinvolgeva appieno la Materia che gli stava attorno in un continuo esperimento pratico e fisico in cui naturale, animale, vegetale, minerale, artificiale e sintetico si confondevano nell’invenzione continua di opere totali, assolute e in creazioni persino titaniche. 

A New York le opere di Manzoni si manifestano allo spettatore come sorprendenti zone di incontro tra il dato concreto, quello materico, e la manifestazione di un Assoluto intangibile tuttavia percettibile soltanto immergendosi nella dimensione poetica che le accompagna. 

Le mostre da Hauser & Wirth si sviluppano su due piani della galleria: al secondo piano Piero Manzoni. Materials of his time presenta 72 opere della serie denominata Achromes, iniziata nel 1957 con dei lavori seminali in cui Manzoni rinunciò all’utilizzo del colore per approdare alla neutralità di un Bianco primigenio, da Tabula Candida, e la cui bianchezza rimanda mentalmente all’incolore, pur essendo costituita da stratificazioni di tela e gesso di spessore consistente, compatto, auto-livellante, e non solo. Infatti la mostra newyorkese non si limita o si focalizza soltanto sul concetto di pittura vuota (per usare una espressione cara all’artista giapponese Nobuya Abe) né sulla differenza, niente affatto palese, tra monocromatico (ossia dal colore unico) e acromatico, ovvero privo di colore, bensì sul rapporto che Manzoni ebbe nel perseguire il passaggio prima dalla Materia al Concetto e poi, successivamente dal Colore al Concetto. 

© Fondazione Piero Manzoni, Milan. Courtesy the artist and Hauser & Wirth Installation view, Piero Manzoni, Materials of his Time, Hauser & Wirth New York, 22nd Street, 2019. Photo: Thomas Barratt

© Fondazione Piero Manzoni, Milan. Courtesy the artist and Hauser & Wirth Installation view, Piero Manzoni, Materials of his Time, Hauser & Wirth New York, 22nd Street, 2019. Photo: Thomas Barratt

© Fondazione Piero Manzoni, Milan. Courtesy the artist and Hauser & Wirth Installation view, Piero Manzoni, Materials of his Time, Hauser & Wirth New York, 22nd Street, 2019. Photo: Thomas Barratt

L’artista degli Achrome mirava a una sorta di espansione della pittura e alla riduzione del gesto pittorico fino all’azzeramento del gesto stesso, tant’è vero che le sue creazioni caricate di materia sembrano disperdere la loro materica essenza costitutiva in una nebulosa infinita, in una natura quasi cosmica in cui la materialità delle cose si perde in una poetica e sensibile anti-Materia con quadri che sembrano nuvole, con sassi che restano sassi ma che lasciano però pensare a paesaggi lunari, con vetri e fibre che si innestano nelle opere come se fossero parti di una superficie planetaria ancora tutta da esplorare.

Manzoni probabilmente non voleva tutto ciò, anzi voleva che il quadro fosse un quadro e restasse tale, e che non diventasse l’espressione di un sogno, la proiezione di una fantasia. Nonostante ciò le sue creazioni, volenti o nolenti, consentono di vedere oltre, perché l’Achrome assume le fattezze di un dispositivo poetico ideale, una zona di immagini a quattro dimensioni o forse uno schermo, e finisce per incarnare un modo diverso di concepire l’opera d’arte trasformandola in Essere Totale. Gli Achrome realizzati con i materiali non convenzionali in verità confermano il loro carattere sempre più oggettuale abbattendo in maniera definitiva quel labile confine che separa la pittura dalla scultura e che trasforma la figura mitica in una immagine nuova.

Come disse Leo Paolazzi, (in arte il poeta Antonio Porta), il quadro con Manzoni

tende a farsi oggetto, desolata presenza a sé, con quella sua materia allucinante (tela e gesso).

E anche di fronte a opere enigmatiche come i Pacchi postali o in carta di giornale incorniciati o i Panini fissati, come sospesi, sulle tele, o la sfera rivestita di pelle di coniglio appoggiata su di una base di legno bruciato, lo spettatore può cogliere la volontà dell’artista di porsi aristocraticamente a un livello superiore per costringere lo sguardo dell’uomo moderno a pensare a quale sia davvero il limite tra la Ragione e il Caso. Ecco allora che il visitatore, in preda a questo dubbio amletico, può affrontare il terzo piano della galleria newyorkese, laddove la mostra Piero Manzoni. Lines si concentra sulle Linee e dimostra quanto avesse ragione il critico e poeta Emilio Villa nel definire Manzoni Operarius ovvero l’operatore che fa e agisce secondo l’energia radicale dell’esperienza, della pratica artistica e della regola che si manifesta proprio nell’atteggiamento operativo di chi ha imparato a cogliere l’essenza della vita stessa in un segno, anzi nello snodarsi di una linea lungo la carta, la superficie, la materia, l’esistenza.

Linea lunga 7200 metri (Long line 7200 meter) 4 July 1960 Ink on paper, zinc cylinder covered with sheets of lead 66 x 96 cm / 26 x 37 3/4 in 96 cm / 37 3/4 in HEART Herning Museum of Contemporary Art Photo: Søren Krogh

Realizzate a partire dal 1959, inizialmente tracciate su fogli di carta ed esposte come se fossero quadri e in seguito imprigionate in tubi neri sigillati in maniera da celarle definitivamente allo sguardo, le Linee per Manzoni diventano il Segno per eccellenza, una reductio ad absurdum espressione massima in Arte della riduzione del segno grafico rispetto a qualsiasi residuo figurale: Una linea ‒ spiegava Manzoni ‒ può solo essere tracciata senza limiti di lunghezza all’infinito e va oltre i problemi di composizione e dimensione. La dimensione non esiste nello spazio totale […] La linea si sviluppa solo in lunghezza, corre all’infinito. L’unica dimensione è il tempo

In galleria sono esposte 36 sue Linee, tra cui la Linea lunga 7.200 metri, realizzata nell’estate del 1960 a Herning, in Danimarca, con l’aiuto della stampante a rullo del giornale locale, ed esposta nel suo contenitore originale, un grosso cilindro metallico sul cui esterno sono riportati il titolo dell’opera, il nome dell’artista e la data di esecuzione. A quest’opera titanica enorme, fa da contro altare quella che potrebbe essere definita la Linea assoluta del ciclo manzoniano, la Linea di lunghezza infinita, per questa mostra custodita in una teca di vetro come se fosse una reliquia d’altri tempi, un artefatto maya o azteco, la mummia di un antico faraone egizio, che però in sé e per sé rivela il desiderio di Manzoni di non voler soltanto dare una vera e nuova dimensione all’Arte moderna ma di superarla attraverso qualcosa che restasse in eterno, qualcosa di magico, perché come affermava lui stesso:

Non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere. 

Linea di lunghezza infinita (Line of endless length) 1960 Wooden cylinder, paper label 15 x 4.8 cm / 5 7/8 x 1 7/8 in

Sempre sullo stesso piano è possibile ammirare l’eccezionale e fedele ricostruzione dell’allestimento della mostra delle 12 Linee che Manzoni presentò all’inaugurazione della galleria Azimut di Milano nel 1959; oltre a una serie di opere di alcuni artisti americani che dialogano idealmente con le Linee manzoniane (si tratta delle composizioni di linee orizzontali di Agnes Martin, gli Untitled Etching di Barnett Newman, le storiche combinazioni di linee e quadrati di Sol LeWitt, le linee fatte a matita di Anne Truitt), mentre nella Sala Cinema viene proiettato il cortometraggio realizzato per il Filmgiornale SEDI, Le lunghe linee, con l’audio restaurato per l’occasione, in cui il fotografo e amico dell’artista Uliano Lucas recita la parte del collezionista e acquista da Manzoni un tubo contenente una delle sue Linee. Ma le emozioni da Hauser & Wirth non si fermano qui. 

Piero Manzoni desiderava realizzare due stanze particolari (che oggi potrebbero essere definite ambienti immersivi), una dalle pareti ricoperte di pelliccia sintetica bianca e una dipinta con vernice fluorescente. L’artista, in una lettera del 1961 scrisse emozionato all’amico Henk Peeters che gli sarebbe piaciuto realizzare quegli ambienti in cui far immergere i visitatori delle sue mostre, pur essendo cosciente del fatto che non esistessero le condizioni economiche per coronare quel sogno. Oggi, le due stanze sono state create appositamente per la mostra Piero Manzoni. Materials of his time per dimostrare quanto l’Arte di Manzoni sia un’esperienza da vivere sino in fondo, anche oltre i limiti della fantasia.

© Fondazione Piero Manzoni, Milan

© Fondazione Piero Manzoni, Milan

Le straordinarie esposizioni manzoniane si chiudono con la presentazione dei documenti d’archivio della Collezione Guido e Gabriella Pautasso basata su libri, dattiloscritti, inviti a mostre, fotografie originali di Manzoni che, grazie alla curatela di Pautasso stesso e di Irene Stucchi, tracciano non solo il percorso creativo dell’artista ma ne ricostruiscono anche la biografia, partendo dal suo primo manifesto, intitolato Per la scoperta di una zona di immagini del 1957, e che si conclude con una sorta di autobiografia paradigmatica scritta dall’artista prima di morire prematuramente nel 1963, in cui egli tracciò idealmente la linea da seguire per ripercorrere le tappe della sua attività artistica e comprendere gli sviluppi della propria appassionata ricerca.

Il successo di pubblico, a oggi più di 7000 visitatori, e di critica maturato dalla doppia mostra da Hauser & Wirth a New York, a dieci anni di distanza dalla mostra monografica organizzata da Gagosian, e a 47 anni dalla prima retrospettiva americana a lui dedicata, dimostra come Manzoni sia da porre al centro della rivoluzione artistica moderna, in quanto il suo sperimentare è un gioco audace, provocatorio e visionario che affascina e regala emozioni intellettuali. Anche per questo Piero Manzoni Materials of time e Lines sono due grandi esposizioni assolutamente da vedere.