«Credo di essere una di quelle scalette con soli tre gradini, che si trovano nelle biblioteche e che consentono di prendere i libri dagli scaffali che stanno più in alto», ha dichiarato ufficialmente con modestia Luciano De Crescenzo. Molto probabilmente per quanto riguarda il Futurismo e quei libri che trattano in maniera specifica la tematica scottante dell’Erotismo Futurista, lo scrittore napoletano ha preso un abbaglio dimostrando di non avere ancora trovato la scaletta giusta per raggiungerli nella sua libreria. Senza nulla togliere al successo di show-man e di scrittore prestato alla letteratura commerciale, ci permettiamo di non condividere alcuni aspetti storici e artistici narrati nel suo racconto autobiografico “Cos’è il sesso? L’ho capito alla mostra sul Futurismo” apparso in Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo, edito alcuni anni or sono da Mondadori e riproposto ai lettori de Il Giornale in questi giorni estrapolandone il brano in questione con fini e modalità scandalistiche.

Luciano De Crescenzo

Luciano De Crescenzo

Premesso che questa nostra disamina nei confronti di De Crescenzo non vuole essere un attacco personale alla sua figura di scrittore, crediamo tuttavia che se la storia del Futurismo necessita di essere ricostruita scientificamente e storicamente, il suo intervento non contribuisce affatto a comprendere la vera matrice dell’Eros dei futuristi e neppure le loro straordinarie provocazioni, non solo in materia amorosa ma anche creativa e artistica, alimentando un’allarmante confusione intellettuale e storiografica. Nella sua autobiografia De Crescenzo racconta con grande ironia il suo passato, partendo dalla scuola vissuta sotto il fascismo e arrivando sino ai successi ottenuti al cinema come attore e regista, per poi allargarsi alla sua vita intima, disquisendo così della sua iniziazione ai piaceri della sessualità e precisando in maniera perentoria:

Credo di aver capito l’erotismo grazie a due esperienze singolari avute in gioventù: una a 10 anni, quando frequentavo la prima media all’Umberto I di Napoli, e un’altra, durante gli anni Sessanta, nel corso di una mostra d’arte futurista.

Sulla sua esperienza vissuta da fanciullo in pieno periodo fascista, riteniamo di non avere nulla da eccepire, mentre la nostra attenzione è stata catturata dall’impossibilità che egli abbia potuto veramente assistere negli anni Sessanta a una mostra d’arte futurista (e per di più tattile), allorquando, per ragioni storiche e soprattutto cronologiche, è più probabile che egli abbia potuto vedere e partecipare a una importante esposizione del gruppo surrealista, movimento artistico fondato da André Breton negli anni Venti e che ha proseguito la sua attività proprio sino alla fine degli anni Sessanta.

La perplessità riguardo le parole di De Crescenzo si è manifestata in primis per il fatto che non è dato sapere al lettore dove si trovasse la Galleria Duemila da lui citata dove avrebbe assistito alla presunta mostra tattile dei futuristi: si tratta di un luogo la cui esistenza non trova riscontro nelle ricerche sull’attività espositiva dei futuristi negli anni Sessanta e che parrebbe essere stato letterariamente inventato dalla sua grande fantasia. Se poi andiamo a ragionare sulle esposizioni futuriste avvenute nel secondo dopoguerra, dobbiamo precisare che per un lungo tempo vi fu un netto ostracismo ideologico nei confronti dell’arte futurista. La stessa riscoperta del Futurismo avvenne nel 1989 grazie alla mostra Futurismo & Futurismi, curata Pontus Hultén, tenutasi nelle sale prestigiose di Palazzo Grassi a Venezia, il cui successo di pubblico e di critica rilanciò l’immagine della nostra avanguardia artistica nazionale iniziando così un percorso di revisione e di rivisitazione critica senza eccessive preclusioni ideologiche.

André Breton fotografato da Man Ray nel 1924

André Breton fotografato da Man Ray nel 1924

Proseguiamo però con la lettura del testo di De Crescenzo che prima di tutto si diletta nel giudicare negativamente il movimento futurista ammettendo tuttavia di esserne attratto simpaticamente:

A essere sincero, non c’è niente dei futuristi che mi sia mai piaciuto, che so io, un quadro, una poesia, un testo teatrale, eppure, non so perché, mi sono sempre stati simpatici. Il loro cercare la bellezza lì dove non la cerca nessuno, la rottura sistematica con la tradizione, il rinnovarsi continuo come condizione di vita hanno esercitato su di me un fascino irresistibile. È un discorso che si potrebbe fare per qualsiasi tipo di avanguardia: l’arte ha sempre bisogno di apripista che sopportino gli sberleffi dei moderati (dei moderati come me, per esempio) per conquistare nuove prospettive alla creatività umana.

Le prospettive innovative della sperimentazione artistica dei futuristi vengono individuate dal moderato De Crescenzo nella cosiddetta Arte tattile, che ritorna ad affacciarsi alla sua memoria forse dopo aver rispolverato dagli scaffali più alti della sua libreria gli affascinanti principii del Tattilismo pubblicati da Filippo Tommaso Marinetti nell’omonimo manifesto del gennaio del 1921. Non pago di offrire ai lettori la riscoperta delle ricerche tattili futuriste, l’intellettuale-show man cita anche alcune nozioni del progetto del marinettiano Teatro Totale, quest’ultimo apparso nell’Almanacco letterario Bompiani del 1927, e le cui basi si fondavano effettivamente sulla creazione di un Teatro tattile:

Dicevano i futuristi: “Perché solo la vista e l’udito possono usufruire di piaceri estetici? Perché nessun artista si è mai preoccupato di far godere un pochino anche il tatto? Che cosa vi ha fatto di male il tatto per averlo così trascurato?”… E s’inventarono il teatro tattile, ovvero lo scorrimento, tra le poltrone, di un nastro continuo, proveniente dal palcoscenico, costituito da materiali di diversa ruvidezza: seta, iuta, velluto, spugna, carta e via immaginando. Lo spettatore, secondo il loro delirio, avrebbe dovuto essere bendato, per potersi meglio concentrare su quanto gli passava sottomano; nel contempo alcuni attori, ahimè anch’essi futuristi, avrebbero recitato rumori in sintonia con le superfici erogate. Ora io non so se questa forma di teatro sia stata mai realizzata, dubito però che abbia mai trovato un pubblico pagante.

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Nel proseguire le sue elucubrazioni sul Futurismo, De Crescenzo si lancia nella descrizione di una mostra che ritiene essere stata in tutto e per tutto futurista, senza però rendersi conto che quanto scrive non ha nulla a che vedere con una esposizione del movimento dei futuristi: a chi conosce la materia non sfugge il fatto che le opere da lui descritte non erano altro se non il frutto delle provocazioni messe in campo dall’avanguardia surrealista di André Breton. A parte che esistono pochissime opere tattili futuriste, realizzate per lo più da Marinetti, da sua moglie Benedetta e poi da Farfa e ancora da Bruno Munari e da Riccardo Ricas, probabilmente De Crescenzo non ha mai avuto modo di assistere a una mostra futurista. Mentre è assai più facile che lo scrittore partenopeo possa aver letto le descrizioni minuziose delle esposizioni dei surrealisti presenti in numerosi cataloghi e saggi critici ad esse dedicate; così come nessuno può mettere in dubbio l’ipotesi che magari potrebbe anche aver davvero visitato una di esse nel corso degli anni Sessanta. In particolare De Crescenzo potrebbe aver assistito a un’esposizione facente parte del ciclo di mostre intitolate gioiosamente Eros (acronimo formato con un gioco di lettere tratto dalla definizione completa dell’evento: Exposition Internationale du Surréalisme) in cui la funzione tattile era evocata persino dal catalogo ideato da Marcel Duchamp, che aveva applicato in copertina la riproduzione in gommapiuma di un morbido seno accompagnato dalla scritta PRIER DE TOUCHER, ovvero SI PREGA DI TOCCARE, per rivendicare le priorità fascinatorie della mostra surrealista.

L’esposizione descritta da De Crescenzo si appalesa dunque nel suo racconto con un allestimento assolutamente surrealista, e il surrealismo delle creazioni artistiche esposte traspare sia dai loro titoli («Infinito semiliquido, Eternità, Limbo adolescenziale, Stazione d’arrivo»), sia dalla peculiare rivisitazione delle opere esposte stesse, la cui funzionalità erotica si rivela innegabilmente straniante e lascia intuire quanto il gioco dell’arte coinvolgesse non solo dal punto di vista intellettuale gli spettatori ma li rendesse partecipi di un happening ante-litteram:

La rassegna era costituita da grandi scatole di legno, dentro le quali i visitatori erano pregati d’introdurre le mani. Ecco alcuni titoli che ricordo: Infinito semiliquido, Eternità, Limbo adolescenziale, Stazione d’arrivo. Nascosti all’interno degli scatoloni, gli oggetti più svariati: chiodi, pezze bagnate, spazzole, ovatta e mollette per i panni. Chiunque introduceva la mano in un contenitore non poteva fare a meno di ridere. In un’opera intitolata Senso di colpa era stato nascosto un barattolo pieno di marmellata e senza coperchio. Ogni volta che un visitatore lo centrava con la mano, erano risate garantite per tutti i presenti. Insomma, una specie di luna park. Al centro del salone campeggiava una scultura intitolata Erotismo. Adesso non ricordo il nome dell’autore, ma ricordo benissimo l’oggetto. Si trattava di una tavoletta di gomma, quadrata, larga grosso modo quaranta centimetri per quaranta e alta cinque. Nella gomma erano stati praticati trentasei buchi, tutti disposti in fila per sei. Su un cartello si leggeva: “Introducete un dito nel buco preferito e fate attenzione che in uno dei buchi è stato nascosto un chiodo rivolto verso l’alto”. Infilai subito l’indice nel primo foro in alto a sinistra e, non trovando nessun chiodo, cominciai a esplorare, con cautela, tutti gli altri buchi: più andavo avanti e più avevo paura di pungermi. Solo alla fine, quando mi resi conto che non c’era nessun chiodo, capii che cosa aveva voluto dire l’artista.

Prière de toucher - Marcel Duchamp (1947)

Prière de toucher – Marcel Duchamp (1947)

A guisa di conclusione del suo racconto dedicato alla fantasiosa mostra-evento dell’arte tattile, erroneamente presentata come futurista, De Crescenzo si esprime con una frase il cui senso non appartiene affatto all’universo erotico dei futuristi mentre semmai consente di comprendere al meglio la visione surrealista della sessualità:

L’erotismo è il battito accelerato del cuore di fronte al mistero. L’erotismo è partire alla scoperta dell’America senza essere sicuri che ci sia una America dall’altra parte. L’erotismo è il possesso della persona amata unito all’ansia di perderla. L’erotismo è la continua ricerca del limite.

De Crescenzo, che disquisisce di sesso e di Futurismo con leggerezza, non si accorge di un fattore culturale di estrema importanza: l’emarginazione a cui venne sottoposto il Futurismo ha impedito al movimento marinettiano di essere analizzato e studiato con obiettività e con slancio intellettuale privo di qualsiasi pregiudizio. Proprio le limitazioni ideologiche in cui incapparono gli studiosi di Futurismo hanno impedito per anni che si studiassero in particolare quegli orizzonti multidisciplinari e extra-artistici che, a partire dalle ricerche marinettiane e futuriste, finirono poi per caratterizzare gli esperimenti delle avanguardie del Ventesimo secolo, dal Dadaismo al Surrealismo, nessuna esclusa. Fare ricerche su tematiche come la sessualità e l’erotismo futurista è stato da sempre un argomento relegato ai margini degli studi accademici o addirittura negato, ma questo tabù è stato interrotto ai nostri giorni grazie alla pubblicazione dell’antologia, edita dalla casa editrice Abscondita di Milano, Erotismo futurista. Teoria e pratica. Con cinque ricette afrodisiache.

È un vero peccato che i lettori del libro di De Crescenzo si immaginino l’erotismo dei futuristi in modo così diverso rispetto ai principii cui si fecero portavoce gli intellettuali e gli artisti vicini a Marinetti: artisti e scrittori d’avanguardia che trasformarono i letti in trincee e con le loro avventure erotiche riuscirono a cancellare dal panorama culturale artistico e letterario italiano i torbidi sentimentalismi dell’amore romantico. Con la sessualità sperimentata in totale libertà dai futuristi nacque un nuovo e moderno modo d’amare, il cui obiettivo fu essenzialmente il trionfo del piacere della carne. Leggere oggi le memorie confusionarie di De Crescenzo, che non distingue ancora il Futurismo dal Surrealismo, rammarica e forse indispettisce quanti si impegnano a studiare e analizzare l’avanguardia futurista in tutti i suoi aspetti nel tentativo di ricostruire con meticolosi criteri scientifici il percorso di una rivoluzione artistica e culturale che a tutti gli effetti ha cambiato il modo di vedere e di fare Arte vivendola.