Educazione Siberiana è l’ultimo film del regista premio Oscar Gabriele Salvatores. Tratto dal libro autobiografico di Nicolai Lilin, la pellicola ci racconta di un mondo che secondo alcuni non ha nessun fondamento storico, e di cui la veridicità è difficile da stabilire. Lo scrittore parla di una comunità di “onesti” criminali Siberiani deportati ai tempi del Pcus staliniano in una regione della ex-Repubblica socialista sovietica moldova, in Transnistria, oggi attuale Moldova.

Oltre la dubbia ma presunta veridicità storica, la trama del film rimane incredibilmente avvincente e affascinante, e la storia si snoda attraverso le vite di due personaggi, Kolyma e Gagarin. Legati sin dall’infanzia dal nonno Kuzya, portatore e contenitore di valori e tradizioni, i due percorreranno percorsi esistenziali diversi.

Certo che “valori” e “criminalità” sembrano concetti antitetici e anche in questo caso si tende a moralizzare e a giustificare la violenza. Ma la comunità siberiana, pur essendo composta da criminali – perché fuorilegge – e assassini, non conta delinquenti, e il siberiano ha una sua antropologia particolare, non è un assassino per il piacere di uccidere, non è un libertino lascivo e drogato, ma è il rappresentante di un codice morale totalmente ribelle e fuori dagli schemi. La comunità non fa uso di stupefacenti né organizza traffici di droga, non porta i soldi – ritenuti sporchi – nella propria casa, è profondamente credente, porta rispetto per tutte le creature viventi tranne che “per la polizia, i banchieri, gli usurai” e “rubare a queste persone è permesso”. Kolyma e Gagarin nascono in questo contesto, educati rigidamente secondo la tradizione, e ricevono a dieci anni la loro prima “picca”, il coltello che per il siberiano “è come la croce” e lo accompagna per il resto della sua vita. Le strade si dividono quando i due giovani tentano di svaligiare un carico militare e Gagarin viene arrestato e condannato a scontare sette anni di carcere.
Kolyma continua a vivere a Fiume Basso, nella comunità, dove comincia a svolgere l’attività di tatuatore. “Il tatuatore è come un confessore. Racconta la storia di un uomo sul suo corpo”: queste le parole di Ink, il maestro di ago e inchiostro del villaggio.

Quando Gagarin esce di prigione il vecchio gruppo si riunisce ma le cose cambiano, L’Unione Sovietica è crollata, i traffici di droga si intensificano, la criminalità diventa sciatta e perde ogni codice d’onore, il mito Occidentale, quello del consumismo edonista, diventa un obbiettivo idolatrato da quei paesi “liberati” dal comunismo. E Gagarin, in questo lasso di tempo, aveva frequentato quelli del “seme nero” una banda rivale dei siberiani che gestisce droga, prostituzione e gioco d’azzardo. Quando torna nella comunità è sradicato dalle sue fondamenta – da quelle origini che invece guidano Kolyma – e non ha più un’idea di giusto e sbagliato, la sua “moralità” da criminale “per bene” è degenerata e il suo fine ultimo, ora, è quello di divenire ricco. Fa uso di droghe e frequenta le bische clandestine, si perde in quel mondo sotterraneo in cui la criminalità non è un mezzo e non ha fini, ma è un circolo edonista dove la giornata si misura secondo il metro della lussuria e del piacere.

O tradizione o perdizione, questo il messaggio finale di un film che seppure con qualche sparata esagerata dalle rimembranze hollywoodiane mette in evidenza il valore della vita quando si è padroni, proprietari e portatori, di un codice morale, di un sistema di valori, di punti di riferimento che pur lontani dai nostri servono da giuda spirituale nella lotta per la sopravvivenza tra i ghiacci e i freddi dell’Est.

Gagarin rappresenta l'”altro”, l’estraneo, il singolo deresponsabilizzato e alienato, che ha abbandonato ogni valore per gettarsi con foga nell’universo dell’epopea individuale: ricchezza, successo, fama, piacere, si è fatto succube di quelle istanze irrefrenabili e insaziabili che si avvicinano più all’istinto animale che non a quello umano.

La parabola del lupo, tratta dal libro di Nicolai Lilin, in cui si esplica un’interpretazione del film:

“Quella fiaba parlava di un branco di lupi che erano messi un po’ male perché non mangiavano da parecchio tempo, insomma attraversavano un brutto periodo. Il vecchio lupo capo branco però tranquillizzava tutti, chiedeva ai suoi compagni di avere pazienza e aspettare, tanto prima o poi sarebbero passati branchi di cinghiali o di cervi, e loro avrebbero fatto una caccia ricca e si sarebbero finalmente riempiti la pancia. Un lupo giovane, però, che non aveva nessuna voglia di aspettare, si mise a cercare una soluzione rapida al problema. Decise di uscire dal bosco e di andare a chiedere il cibo agli uomini. Il vecchio lupo provò a fermarlo, disse che se lui fosse andato a prendere il cibo dagli uomini sarebbe cambiato e non sarebbe più stato un lupo. Il giovane lupo non lo prese sul serio, rispose con cattiveria che per riempire lo stomaco non serviva a niente seguire regole precise, l’importante era riempirlo. Detto questo, se ne andò verso il villaggio.
Gli uomini lo nutrirono coi loro avanzi, e ogni volta che il giovane lupo si riempiva lo stomaco pensava di tornare nel bosco per unirsi agli altri, però poi lo prendeva il sonno e lui rimandava ogni volta il ritorno, finché non dimenticò completamente la vita di branco, il piacere della caccia, l’emozione di dividere la preda con i compagni.
Cominciò ad andare a caccia con gli uomini, ad aiutare loro anziché i lupi con cui era nato e cresciuto. Un giorno, durante la caccia, un uomo sparò a un vecchio lupo che cadde a terra ferito. Il giovane lupo corse verso di lui per portarlo al suo padrone, e mentre cercava di prenderlo con i denti si accorse che era il vecchio capo branco. Si vergognò, non sapeva cosa dirgli. Fu il vecchio lupo a riempire quel silenzio con le sue ultime parole:
“Ho vissuto la mia vita come un lupo degno, ho cacciato molto e ho diviso con i miei fratelli tante prede, così adesso sto morendo felice. Invece tu vivrai la tua vita nella vergogna, da solo, in un mondo a cui non appartieni, perché hai rifiutato la dignità di lupo libero per avere la pancia piena. Sei diventato indegno. Ovunque andrai, tutti ti tratteranno con disprezzo, non appartieni né al mondo dei lupi né a quello degli uomini . . . Così capirai che la fame viene e passa, ma la dignità una volta persa non torna più.”