Da un viaggio dello scorso luglio ne parte un altro, metaforico quanto reale, in compagnia di un ospite di eccezione: Giovanni Lindo Ferretti. È un fosco pomeriggio estivo, assorta dal clima, mi trovo a San Pietroburgo all’interno della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo. Come un anonimo fantasma, nel mezzo di gruppi turistici, mi aggiro tra le tombe monumentali di marmo bianco tra i resti degli zar Romanov. Un senso di vuoto mi guida direttamente al cospetto e poi all’ascolto di un coro russo. Infine il silenzio, lo stesso che inaspettatamente mi riporta alla mia piccola realtà, tanto angusta da contenere ciononostante schiere di dubbi. La prima riflessione va tutta nel verso di una mancanza, nello specifico di una sorta di imperativo – negli anni fatto sin troppo mio – di “beniana” memoria: “Siamo quel che ci manca. Da per sempre”. 

Accade che si trovi quantomeno curioso, sistemare l’immagine di Carmelo Bene nel bel mezzo di una fortezza russa, senza neanche esser sfiorati dall’idea di Dostoevskij. Ma è proprio il sentimento della distanza a portarmi nel suolo delle associazioni libere. Distanza come manchevolezza che si fa richiedente, poiché il vuoto spesso scalcia violentemente e domanda alla stessa maniera di un fanciullo capriccioso. Si manifesta come una fame che lascia fluire dimensioni incompiute e trascinamenti improvvisi. La volta di San Pietroburgo è ancora torbida e il mio baléno squarcia il cielo nel nome di colui che nella mia prima adolescenza, si rende latore di inquietudine, musica e provocazione. Lo stesso, ora è qui in suolo russo, in rilievo sulla mia tela di dubbi. Nell’irresolutezza torno in Italia e il “cantore a cavallo sul crinale dell’Appennino tosco-emiliano”, nel vezzo di questa mia definizione, resta mestamente insieme alla mia incompletezza. Termina il tempo del viaggio e la forza delle associazioni improvvise perde la sua aggressività. Ma quel nome, che dalla giovinezza mi porto prima a San Pietroburgo e poi tra gli spigoli della mia casa, continua a tornare.

Giovanni Lindo Ferretti, effigie delle mie giovani scorribande, simbolo musicale del grande e unico vero punk rock italiano degli anni ’80, continua a indugiare nella mia mente. Dopo aver seguito, seppur da lontano, la sua opera equestre SAGA, Il canto dei canti, comprendo infine il verso che mi spinge a contattarlo. La preoccupazione e in seguito l’auspicio ricadono sulla modalità di una conversazione, dialogo che abbiamo provato a stabilire e fecondare da una distanza solo spaziale. Studio una serie di domande, sono tante e devo rispettare il limite per non fare di un articolo un libro. All’agognato arrivo delle risposte, tutto si trasforma, le mie domande perdono l’aspetto formale e si disperdono nella conversazione. La mia casa prende a perdere qualche spigolo. Nelle prime parole di Giovanni Lindo Ferretti, si infrange il primo ghiaccio di conoscenza tra Roma e Cerreto Alpi:

Della difficoltà di trasformare un’intervista con domande e risposte scritte in un conversare. La conversazione si modifica, nel farsi, per empatia. Salta avanti, indietro a lato, ha una propria forza oggettiva. Deve essere un piacere. Quando ho letto la lettera, le domande, ho pensato: bene, bello. Sarà interessante. La quotidianità ha rimandato da un giorno all’altro il momento della scrittura, ora è arrivato. Il 30 novembre. Un incontro di lavoro, inimmaginabile due settimane fa, a cui prima controvoglia poi sempre più con interesse e coinvolgimento, mi sono dovuto preparare. Può nascerne una progettualità che modificherebbe l’operare della Fondazione, del teatro barbarico, del nostro vivere quotidiano. Tutta la nostra storia, sei anni di libera Compagnia di uomini, cavalli e montagne non è che un continuo reagire alle difficoltà, all’imprevisto. L’attenzione all’accadere, lo sguardo allertato, sostengono la consapevolezza che la nostra sopravvivenza è a rischio e il rischio va affrontato. Oggi, I° dicembre, comincio a preparare l’intervento che presenterò il 15 a Roma. Non c’è niente da inventare si tratta di fare ordine, sistematizzare e rendere comunicabile, forse condivisibile, un segmento di vita vissuta che inizia su un palcoscenico avanguardista e si ritrova, oltre 30 anni dopo, in una stalla, tra una frana e un viadotto, a custodire e salvaguardare un sapere arcaico, un paesaggio storico e geografico. Un’idea antropologica di civiltà. E, ringrazio il Cielo, non vorrei essere che qui, in questa incerta ora. Ci sono sempre mille cose da fare con un vecchio zio in casa (90 anni compiuti bene) venti cavalli nella stalla e cinque cani, tutto l’indotto lavorativo, economico, culturale e sociale che li sostiene e ci concede una forma austera e primitiva di sopravvivenza. Intorno due piccoli paesi, due comunità con le loro dinamiche, e l’inverno che sta arrivando. Una febbre stagionale è venuta in soccorso, porta un carico di malessere fisiologico che mi impedisce al lavoro e mi concede lunghe ore al caldo, tra la stufa incandescente e una finestra volta al tramonto. Poche giornate praticamente provvidenziali, il leggero svanimento galleggiante, da febbre alta contenuta da farmaci, può aiutarmi nel compito di riordino e composizione. Almeno lo spero.

La prima impressione è certamente di pacatezza, di qualcosa che vive origini molto lontane, di lavoro, di vita vera, il tutto scevro da ogni vano ingarbuglio mentale. Groviglio che non mi passa dal pensiero e si distende con un po’ di pudore, nell’affrontare le prime domande. Solo una sottolineatura: dal vuoto sacrale di San Pietroburgo, alla “mancanza” di Carmelo Bene, giungo all’idea e all’uomo Giovanni Lindo Ferretti  per il tramite di un’immagine di completezza che rappresenta nella mia mente. Questioni si accorpano insieme per dar filo, luogo ed empatia a questa conversazione.

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Quanto la consapevolezza di una mancanza si fa tensione verso la volontà di un possibile completamento o, al contrario quanto effettivamente si cristallizzi nell’accettazione? E nell’accettazione o nella tensione, il suo percorso di vita lo legherebbe più all’immagine di una linea retta o alla figura di un cerchio, associabile a un eterno ritorno: dalle scuole cattoliche sino al rientro nella propria comunità dove si è in parte cresciuti, allontanati e infine riaccolti?

Che io possa rappresentare “un’idea di completezza” mi fa sorridere e mi mette di buon umore. Le cose non devono andare granché bene dalle vostre parti. Io sono una parzialità fatta persona che rivendica i propri limiti: montano, italico, cattolico romano. Barbarico, extraurbano. Sono successe molte cose nella mia vita e la memoria seleziona i ricordi funzionali ad un nuovo equilibrio vitale che a volte stenta, vacilla, tra necessità, oblio, e senso dell’accadere. La sua esperienza nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo mi offre il giusto spiraglio. La prima volta che sono entrato in una chiesa ortodossa ero un giovane universitario in viaggio verso la Grecia. In Jugoslavia, oggi Serbia. È stato il buio, il profumo di incenso, sono state le candele a mazzi e la gestualità rituale dei fedeli a segnalarmi una mancanza, subito rimossa, nel mio vivere quotidiano. La stessa sensazione ma amplificata, da stordirmi, dieci anni dopo nell’URSS appena prima del crollo. Un fermento germinale nell’ombra, da catacomba già risalita in superficie e in attesa di spalancare le sue sante porte. Ma sono state le solenni celebrazioni nella riedificata basilica del Cristo Salvatore a Mosca, nella Russia post sovietica, a farmi comprendere oltre ogni ragionevole dubbio che la mancanza del senso del sacro, dell’eterno, come dimensione sociale pubblica, sarebbe risultata nel breve termine un enorme problema sempre più insolubile. Un intero mondo si struttura in funzione della fine della Storia, vanificando la geografia, in un orizzonte di libertà virtuale. Una bolla, fluttuante in tabula rasa, determinata dalla finanza. Auguri.

Nel canto liturgico degli Ortodossi la potenza del Regno dei Cieli, separato ma contiguo all’esperienza quotidiana, si manifesta nel suo splendore. Tremore e timore. Legame. Fuoriesce dalla dimensione più carnale del maschile, impasto di bassi profondi. Viscere su viscere. L’entrata del coro femminile, centellinata con parsimonia, corrisponde all’irruzione del divino: cristallina purezza e alterità. La femminilità è la componente del divino meno considerata eppure è al femminile che è concesso il dono di generare. Bisognerà pur farsene ragione. L’impoverimento dell’esperienza liturgica, che l’Ortodossia comincia ad evidenziare come vera e propria mancanza, denota lo scadere della dimensione religiosa alla sola componente morale. Buoni sentimenti che aspirano alla perfezione in spazio intimo, impalpabile, avulso dal reale in cui il male vive e spesso regna. Ma il male vive anche dentro di noi, intorno a noi, ne siamo impastati. La liturgia lo contiene e lo combatte. È lo spazio del sacro in cui il bene è sovrano e grazie al rito perdona, purifica, rigenera, fortifica. La riduzione della liturgia alla sola parola, nel protestantesimo, e il suo repentino affievolirsi nel mondo cattolico, puntellata qua e là da sacerdoti santi che celebrano in comunione di santità il mistero divino, e da monaci e monache oranti nel servizio divino, da che mi è stata evidente, ha contribuito a mutare poi consolidare, sempre più profondamente, il mio sguardo sul mondo (esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo). Il pensiero politico sociale della mia maturità, piccolo parziale non autosufficiente ma per niente debole, scaturisce anche da questa mancanza ingombrante. (Per quello che ho visto, per quello che ho sentito, per sconcertante necessità).

L’altra “mancanza” da cui, una volta evidenziata, tutto consegue, riguarda me nello specifico e una quota largamente minoritaria dell’umanità. Montanari, allevatori, pastori. Quest’anno ho lavorato con due giovani fotografe ad una ricerca sulla pastorizia, di ieri e di oggi. Mentre preparavamo la mostra ho riordinato pensieri molto pensati in poche frasi semplici e lineari. Valgono una vita. Siamo la prima generazione cresciuta sui banchi di scuola e invecchiata al riparo dalle intemperie. Senza animali, senza greggi, lontano dai pascoli. La maggior parte di noi l’ha vissuta come liberazione, affrancamento da un destino ingrato. Qualcuno, pochi, come quotidiana mancanza. Una servitù senza nome in casa d’altri. Non nell’archetipo, non nel simbolico, che solo a posteriori possono risultare significativi, ma nell’accadere, nel principio di contingenza. Nel mutare economico e sociale e nel farvi fronte. Bimbo arcaico, adolescente inquieto, giovanotto molto moderno inchiodato ad un ruolo prorompente, da un lato e dall’altro una mancanza che solo a posteriori, risolta, risulterà evidente. Non una linea retta, nemmeno la chiusura del cerchio, piuttosto il segmento di una spirale. Nello stesso spazio, lo stesso orizzonte, in un tempo altro e in altro modo.

Pensa che per trovare un equilibrio sia necessario perderlo? O ancora per trovare una dimensione è necessario infrangerla? Ovvero, solo distruggendo qualcosa dentro o fuori di noi (e il fuori è sempre un dentro) si è poi in grado di costruire? Senza un danno non accadono edificazioni? O possono avvenire indipendentemente da un elemento distruttivo? L’uomo deve necessariamente subire una scossa per offrirsi alla realizzazione del sé?

Nello scombussolare di prospettive e posizionamenti propri della giovinezza e di una indole personale accentuata, ho posto un freno all’errare cercando e trovando i cavalli. Stabilirmi nel ritorno, pacificare lo sguardo, la risalita alle terre alte dell’infanzia, è stato un lungo viaggio, a volte snervante. Mai pensato di tornare indietro, mai riuscito ad accelerare i tempi. In fondo alla Mongolia ho avuto la certezza del mio ritorno a casa ma ho dovuto guadagnarmi la libertà del pensiero politico e personale nella Jugoslavia frantumata dalle guerre. Sopra ogni cosa e nel giusto momento ho dovuto dedicare a mia madre gli anni della sua malattia. Esserle insieme figlio e padre. Lasciarci avvolgere e rigenerare dal maternale. Non avevamo potuto permettercelo, a suo tempo, travolti dalla disgrazia. Gettati nel mucchio e arrangiarsi. Una vita a salvare e riannodare fili invisibili. Tra un prima spezzato, non più componibile, e la speranza di un poi sempre più lontano e indefinibile. Finché il poi è arrivato e noi c’eravamo.

Ho comprato una cavallina, giovane e selvatica, poi risultata gravida, con i pochi soldi divisi alla fine dei CCCP. Mentre crollava il Muro di Berlino e l’URSS implodeva scoprivo una gestualità e un sapere di cui non ero consapevole. Genetico. Un gesto fatto a caso mi riportava allo stesso gesto fatto da qualcuno nella mia infanzia. Comparivano di colpo facce e corpi, tonalità e modi di dire, atteggiamenti. (Come fare non fare quando dove perché e ricordando). Da solo, sui monti con i cavalli, ogni giorno cresceva la mia compagnia. I morti sono indispensabili ai vivi. Sono aiuto e conforto. Ora ne sono certo: la democrazia o contempla i morti e i non ancora nati o diventa una dittatura della maggioranza. Le strade della libertà sono strette e disciplinate.

Per Carl Gustav Jung, che si distingue da  Sigmund Freud per il fatto di aver contemplato l’anima nei suoi studi, il cavallo, oltre la rappresentazione di un archetipo, figura come l’aspetto intuitivo della natura umana. Per lei cosa rappresenta nella vita e nella “Cerimonia del sé”? Le due cose, la vita e la cerimonia, nell’immagine del cavallo, sono indissolubili?

Su e giù per i crinali, in un paesaggio appena abbandonato dagli uomini e dagli animali domestici. Ancora camminabile e godibile, residuale di colture e cultura. Un prorompente inselvatichire lo faceva vibrare nel profondo punteggiandone la superficie. Vivevo in uno stato di leggera trance. Più contemporaneo ai miei vecchi, e a ritroso fino ai longobardi del millennio precedente, che ai miei estimatori e ai compaesani di oggi. Erano i cavalli, la loro presenza, la loro vicinanza a rendere possibile una vitalità che glorificava il mistero della vita. Niente in tutta l’esperienza di giovane moderno, né nella sua dimensione rivoltosa né in quella accomodante, aveva lo stesso impatto, permetteva tale coinvolgimento. Cinque anni di liceo non valevano l’attesa e la nascita del primo puledro. Quattro anni di università stentavano fronte alla doma dei primi cavalli. Tutta l’esperienza politica giovanile, assemblee e manifestazioni, idee e tensioni, svanivano nei pomeriggi a pascolare animali, allevare pensieri, tra terra e cielo nell’attesa della sera. Lentamente, avanti e indietro tra il contemporaneo e l’eterno finché l’eterno, nella forma del tradizionale, ha cominciato a selezionare, dividere e accorpare, ordinare. Rimediando i danni possibili e ricercando opportunità realistiche. (Tra ciò che abbiamo distrutto e ciò che non ci toccherà).

Il pensiero che aveva sostenuto l’acquisto del primo cavallo era semplice, fiducioso. I pochi ma significativi viaggi nel Maghreb, nel deserto, le città dell’Algeria, del Marocco. L’Europa. Parigi, Amsterdam, Berlino. Poco mondo latino e più mondo slavo. Le canzoni, i concerti, i dischi. Gli incontri. Lo straordinario era perfetto, non avrei saputo né potuto aspirare di meglio o altro. Era l’ordinario ad essere insoddisfacente. Una scansione del quotidiano sempre più insostenibile. Vanificata ogni dimensione naturale della giornata, il ciclo stagionale. Luce/buio, caldo/freddo, e gli intermedi. Inesistente la dimensione comunitaria. La differenza e la compassione. La libertà come dimensione generazionale: stessa età, gusti simili, comportamenti e aspirazioni omologati. In un tempo artificiale, illuminato/ riscaldato/ refrigerato tendente all’asettico anche quando sporco e zozzo. La musica unica pulsione vitale. Il generazionale come disagio sociale. Sì certo, anche bello ma un po’ limitato, limitativo. Doveva pur esserci dell’altro. Avere un cavallo avrebbe potuto scardinare l’artificiosità del mio vivere. Allontanarmi dalla città. Mi avrebbe portato in dono l’alba e obbligato al riposo notturno. Le stagioni, il tepore della stalla d’inverno e i pascoli estivi. Mi stavo perdendo qualcosa forse troppo e i cavalli, l’immagine più potente del mio immaginario arcaico e infantile, potevano essere il giusto tramite per avventurarmi in altro spazio e magari in altro tempo. Sono passati quasi trent’anni, non mi hanno mai deluso. Mi hanno rapito ed offerto uno spazio che se non eterno è storico e geografico. Continuo a pagare in preoccupazioni, fatiche, soldi, il prezzo del riscatto dal contemporaneo ma non vorrei essere che qui, in questa incerta ora.

 

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In merito al fatto di aver citato Jung, lei pensa che la fede possa convivere con la psicanalisi, o l’una esclude l’altra?

La fede può convivere con tutto ciò che è dell’uomo. Nel caso, più che escludere, vanifica l’insostenibile ed ingloba il restante. Può convivere con tutto ma non in tutti. Ad ognuno il suo. Tutto ha una propria ragion d’essere, trova riscontro nel Creatore, a cui compete il giudizio.

 

Qual è il primo libro di Papa Benedetto VXI che ha letto e cosa l’ha spinta a continuare nelle sue letture? Cosa ha trovato e conservato di Joseph Ratzinger?

Papa Benedetto XVI è, nella mia vita, un punto saldo. Segna un prima e un poi. Continua ad essere, nei suoi scritti, una scoperta. Copiosa fonte. Immagine rassicurante e consolante. La sua persona, la sua storia ecclesiastica. Un clamoroso inatteso gesto di rinuncia. Ne risulta, credo, un vero e proprio cambio di paradigma nella storia della Chiesa.

 

Il cattolicesimo ha dato concretezza al suo idealismo?

Il cattolicesimo in cui sono stato allevato ed educato e a cui sono tornato è molto concreto, pratica la devozione, necessita del rito. È la tradizione. Due millenni di storia e cultura. Quanto di più lontano da un idealismo che tendo ad assimilare al protestantesimo e alla modernità.

 

La donna nel suo libro Reduce è la fotografia di una donna forte. Non nell’accezione contemporanea di indipendenza, ma quasi di femminea virilità. Come vi fosse una lirica della custode del focolare. Mostra in tal senso quasi la distruzione di un cliché dove la donna smette di rappresentare la dolcezza, la fragilità, finanche l’abnegazione, in favore di una creatura bella nella forza.

Sono cresciuto tra donne forti e belle, ho sempre frequentato donne belle e forti. La prima descrizione delle nostre terre e dei nostri avi ce la fornisce lo storico greco Diodoro Siculo, al seguito delle legioni romane, “in queste angustie hanno la partecipazione delle donne abituate al pari degli uomini “. Non so d’altro, se esiste avrà il suo perché, non mi interessa.

 

I suoi affetti e amici, dal Ferretti dei CCCP a oggi, sono gli stessi? Qualcuno l’ha perso proprio in virtù del suo percorso?

Esistevo anche prima della mia pubblica immagine. Gli amici dell’infanzia, dell’adolescenza, sono passati indenni attraverso l’età del palcoscenico. Qualche amicizia risale a quegli anni. Molti sono i conoscenti, anche buoni conoscenti, tra il prima il durante e il dopo, ma gli amici sono pochi. Molto pochi e preziosi.

 

Un film, una canzone, un libro, una preghiera.

Giusto un mese fa mettendoci l’impegno necessario ho preparato una lista per Padre Maurizio. Cinque libri, cinque canzoni, cinque film, cinque poesie o brani. Lavoro molto gravoso, il discernere con giudizio. L’ho fatto perché me l’ha chiesto e a Lui obbedisco. Qui mi astengo. Recito il Pater Ave Gloria Requiem, De profundis e Miserere. Canto il Salve Regina e le litanie. Sono le stesse preghiere dei miei vecchi, le ho imparate da bimbo e ritrovate da grande. Di mio ho aggiunto Vieni Santo Spirito e una preghiera della tradizione copta: Re della Pace. Se sono confuso dagli accadimenti ecclesiastici, capita, recito il Credo, la professione di fede. A volte lo recito perché già nel senso/significato sta il piacere della parola, dizione, scansione.

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In attesa del 15 dicembre che vedrà Giovanni Lindo Ferretti ospite dell’evento Alla riscoperta dell’Italia profonda – terre, confini, culture, il caloroso ringraziamento va alla disponibilità di Giovanni Lindo Ferretti e della sua Fondazione e – permettetemi un personale – a mio fratello che mi ha fornito la sua preziosa  conoscenza musicale negli anni della mia prima adolescenza.